"Ho avuto una storia con una di Lugo di Romagna, ci dovevamo sposare e andare a vivere a Castrocaro poi lei è fuggita con il mio migliore amico ed allora ho venduto la casa e con quei soldi sono andato in giro per il mondo in una sorta di ritorno alle origini, ma adesso penso di potermi fermare, c'è molto da lavorare qui".
Gino ascoltava quello strano pellegrino, invero un po' annoiato. La storia era sempre la stessa, sempre uguale, sempre più simile alle precedenti e sicuramente identica alle successive. Storie che si ripetono una dietro all'altra dove lo stato più vicino alla realtà era la paziente costruzione dell'infelicità.
"Ho cercato per anni una definizione plausibile della felicità e alla fine sono convinta di averla trovata nell'espletamento dei doveri quotidiani. Ma perché non fanno tutte così invece di perdersi dietro a improbabili affaticamenti. Guarda me, sono felice, sono rilassata, ti ho portato la mia specialità."
Gino ascoltava quella strana pellegrina, divertito più che annoiato. Ognuno aveva ricette da elargire, una per la felicità e l'altra per le Melanzane alla Parmigiana, una per arrivare primi e l'altra per consumare un pasto senza rinunciare alla linea.
"Ho letto un libro al giorno per trent'anni di fila e adesso ho un mare di parole in testa che non riesco più nemmeno a riordinarle. Potrei costruire pezzo pezzo un romanzo che non sarebbe la copia di tutti i romanzi che ho letto, senti un po': Lui e Lei si incontrano, si piacciono, si mettono insieme, lui parte per la guerra, lei conosce un altro, lui torna dalla guerra, lei ha sposato un altro, lui non se ne fa una ragione, lei neppure, l'altro comincia a chiedersi cosa ci sta a fare da quelle parti..."
Gino pensava che a lui i romanzi d'appendice non erano mai piaciuti, mentre ascoltava il pellegrino scrittore in divenire, preferiva di gran lunga quelli dove lui e lei non solo non si piacevano, ma non si incontravano nemmeno così da evitare quei lunghi e strazianti addii in cui le parole prendono il sopravvento sulla comoda realtà del non aversi più nulla da dire.
Gino cominciava a stancarsi di questa religione dalla panza piena che elargisce zuccherini di poliuterano espanso agli adoranti pigmei della porta accanto, aveva bisogno di spaziare in un mondo più alto, quello dei giganti che cercano di sollevarsi fino a lui così che lui possa allontarsi progressivamente e non farsi mai raggiungere, perché si sa, e lo sanno soprattutto i bambini, dipendere completamente da qualcuno o qualcosa nel breve è sollevante, ma alla lunga è snervante.
Gino scrisse un paio di precetti buoni da esser citati mentre si aspetta l'ascensore in compagnia di un nuovo arrivato, prese una paio di brioche e si mise in viaggio per una destinazione a lui stesso ignota.
"Quando arrivo vi chiamo", lasciò scritto sull'uscio di casa.
Ci sarebbero state un po' di cose da dire ma la città era piena di pellegrini e c'era chi vinceva e chi perdeva e chi invece si industriava a pareggiare le proprie convinzioni con la propria coscienza.
"Sappimi dire" diceva Gino a chiunque lo interrogasse sui grandi misteri della vita.
Sappimi dire cos'hai capito di quello che ti viene detto.
Sappimi dire quante parole hai veramente afferrato e quante, invece, ti sono scivolate tra le mani lasciando solo annotazioni su un foglio di carta.
Sappimi dire di quanti disegni lasciati sui cigli delle strade si sono ricoperte le tracce.
Sappimi dire di quante pagine bianche si sono riempiti i margini.
Sappimi dire di quante notti passate a vegliare si sono scritte le gesta.
Sappimi dire se ieri, oggi e domani.
Sappimi dire dove sta il confine tra il serio e faceto tra il consono e il consolo,
Sappimi dire se verrai ancora a trovarmi.
Sappimi dire se ci sarai un'altra volta.
Sappimi raccontare.
Sappimi...
Voglio un sole per asciugare ed uno per coprire
Che bella la tua macchina che sfreccia così veloce che nessuno è capace di raggiungerla e che belli i tuoi capelli accarezzati dal vento mentre vai dal punto a al punto b della tua villa con piscina piena di pesci rossi e cattivi pensieri. Che bella la tua vita piena di avventure vorticose riempite degli oggetti più variopinti e dalla più accattivante sensanzione di benessere totale, quella che ti porta ad essere capace delle più incredibili vittorie, delle più immense cascate di diamanti grezzi, dei sogni fatti sulla riva del fiume giallo. Che bella la tua voce intonata e soave, che belle le corde nuove della tua chitarra, che belli gli occhi che non sanno più guardare i propri piedi che camminano un passo avanti e uno indietro, un passo a destra e uno al centro, uno a sinistra e uno verso il mare con la pioggia che asciuga quello che tu hai bagnato.
Nella città del sole ormai era un parapiglia. La morte e la resurrezione di Gino aveva gettato nello scompiglio la folta schiera di notabili del luogo. La lobby dei becchini, poi, aveva inscenato un lungo corteo di protesta e bloccato due tangenziali e una strada a senso unico sicuri che questo improvvido ritorno dall'ultimo viaggio avrebbe minato i loro lucrosi affari. "Se risorgere diventasse una moda che ne sarà di noi e cosa mangeranno i nostri figlioli, bisogna pensare a loro".
Gino se ne stava tranquillo nella sua dimora ricevendo, uno alla volta, i pellegrini giunti da ogni luogo e i venditori di reliquie facevano affari d'oro. "Osserva i fiori nel cielo" diceva Gino, "ogni fiore è una speranza, ogni speranza una porta che si chiude, ogni porta chiusa una finestra che si apre". E giù applausi da ogni luogo della piazza sottostante. I gatti si allisciavano i peli e una moltitudine di palloni sonda decideva di fare un giretto sopra il cielo di Gino. I primi sospettati erano i Cardinali, i secondi i Vescovi, i terzi gli Arcipreti. Tutte figure che si arrogavano diritti che Gino non gli aveva dato ma che gli rivolgevano domande del tipo: "Quanti Gini ci stanno su una capocchia di spillo" e lui rispondeva "Infinito meno uno, ma sta a te scegliere quell'uno che non ci deve stare in quell'infinito e poi portartelo a casa per vedere se lo spazio che occupa è inversamente o direttamente proporzionale al caldo di quaranta giorni nel deserto".
"Uno più uno farà sempre due e se loro vi dicono il contraio mentono o stanno parlando di un altra cosa, tenetevelo bene in testa."
"Ma chi son loro Gino?"
"Andate alla stazione e comprate un biglietto per la in una notte di luna piena e capirete chi sono loro"
E giù applausi a scrosci nella piazza sottostante e ballerine venute da chissà dove accennavano passi di danza che nessuno aveva mai visto.
"Se la notte vi alzate a bere ricordatevi di accendere la luce prima di farlo"
"Ma quante volte possiamo bere Gino?"
"Una per ogni gamba nei giorni pari e una per ogni braccio nei giorni dispari"
E giù applausi a scrosci nella piazza sottostante e bambine vestite di tutto punto gettavano petali di rose al passare degli elicotteri.
"Da qualche parte c'è un mondo tutto per noi stelle filanti"
"Da qualche parte c'è un mondo tutto per noi uomini volanti pinnati"
"Da qualche parte c'è un mondo tutto per noi moltitudini"
ACCENDETE TUTTE LE LUCI E CHE LA PENOMBRA NON FACCIA PIU' PAURA A NESSUNO!
Io odio il rumore della pioggia quando sono solo
Io odio il rumore che nasconde la mancanza di idee
Io odio la mancanza di idee che si nasconde alzando la voce
Io odio alzare la voce per nascondere la mia mancanza di idee
Io odio il rumore della pioggia quando sono solo
Io odio la luce finta delle alogene
Io odio la luce forte di tutti quelli che pensano che il buio vada per forza illuminato
Io odio la luce che copre solo le paure che abbiamo del buio
Io odio il rumore della pioggia quando sono solo
Io odio chi si ricorda sempre tutto
Io odio chi si è dimenticato tutto e ride beato nella sua falsa innocenza
Io odio i miei sforzi per dimenticare i ricordi che non voglio ricordare
Io amo il rumore della pioggia quando sono in compagnia
Non desiderare la roba d'altri, si vabbè ma allora lasciate in pace quella di Gino.

Le parole venivano ripetute quasi ogni giorno svuotando secchi di petali per le strade al suo passaggio. Rilassati!
Gli stranieri ormai avevano occupato quasi ogni angolo della città del sole, ne avevano comprato i grattacieli, il porto, financo le personalità più eminenti. Scuotiti!
Il senso delle cose aveva ormai un sapore diverso, volavano gli uccelli meccanici, cantavano i pezzi di vetro, sgomitavano statue di cera, si scontavano peccati mai commessi. Sollevati!
Eppure nelle strade c'era la primavera e i fuochi accesi si spegnevano al passaggio delle gonne fruscianti dove l'amore si faceva da parte per lasciare il posto a sguardi che non erano per niente rassicuranti. Guardami!
Guardami giocare con le macchinine e dissuadimi dal toccarti ancora una volta.
Guardami sussurarti parole nell'orecchio e scostare la mia bocca dalla tua.
Guardami cercare la tua mano lontana e avvicinarmi solo per darti una voce.
Canto.
Stanno tornando a casa i coriandoli del carnevale intrisi nel sangue lasciato sulle strade dalle infernali discese. Associati!
C'è gente che ormai sta osannando i propri carnefici e combattendo i presunti salvatori c'è gente che parla e non c'è, non ci sarà mai. Svolta!
Il mio cuore batte sempre più lentamente e un uragano di parole fuoriesce dalle porte di una casa che sta stretta ad ognuno di noi. Esci!
Eppure ci stringiamo l'uno all'altro convinti di poter superare quest'ultima notte sotto il fuoco incrociato di vinti e vincintori. Ho scommesso un penny sulla mia sopravvivenza nei tuoi occhi. L'ho perso.
Guardami soffiarti via la polvere dal vetro che ricopre la tua immagine.
Guardami avvicinare la mia bocca alla tua bocca.
Guardami aprire le porte della tua dimora per trovarci il biglietto di ritorno.
Canto.
Non desiderare la donna d'altri e figurati se Gino ci è mai riusciuto.
Basterebbe usare le parole "ti amo" con la dovuta cautela e non come fosse spazzatura buttata li con la noncuranza tipica di chi da tempo ha raggiunto la maturità, dolcezza.
Basterebbe che quando ci si sveglia la mattina non ci fossero le solite quisquiglie da regolare ma interi mondi da costruire, honey.
Basterebbe guardarsi negli occhi e sussurarsi che siamo la cosa più importante l'uno per l'altro, l'altro per se stesso, dolcezza.
Basterebbe che l'attimo più lungo della giornata non fosse quello passato a permettere agli altri di fare lo spettacolo al posto nostro, honey.
Ma gli amori si consumano come in televisione, cambiando canale quando c'è la pubblicità e trovando un altro film da vedere e dimenticandosi di quello precedente per poi andare a dormire non avendo visto, in realtà, nulla, o forse avendo visto troppo e lasciando un paio di pacchetti, ancora da spedire, qua e la.
Gino che dimentica spesso di fare colazione, Gina che dimentica spesso che ogni parola suscita poi qualcosa.
Gino che racconta parabole alla folla adorante, Gina che si morde il labbro fino a farne uscire il sangue.
Gino che assurge a nuova forma, Gina che assurge a nuova linfa ed entrambe le cose non vogliono dire assolutamente nulla, ma Gino e Gina non lo sanno e pensano di essere, sommariamente felici.
Basterebbe usare le parole con la dovuta circospezione recitandole una dopo l'altra religiosamente e ricordandosi che dopo un po' alcune cambiano di significato
Non dire falsa testimonianza Gino si potrebbe risentire e a sua volta prometterti amore eterno.
Scatola Nr°1 - una cartuccia di inchiostro per tempi migliori, la penna stilografica della pelikan, azzurra con tanto di pennino di ricambio, un quaderno a righe, un album per disegno, un righello da venti centimetri e una squadra.
Scatola Nr°2 - un temperamatite doppio e uno singolo, una scorta di puntine da disegno, un astuccio vuoto, un pacco di carta assorbente, un rotolo di carta igienica, un grembiule nero e uno bianco, un mazzo di carte da poker e uno da briscola, un barattolo di elastici di varie misure.
Scatola Nr°3 - un senno di poi, quattro confezioni di formaggini, una risma di fogli di carta, uno scopino, un fornelletto, una tuta rossa, una paio di scarpe da ginnastica, un breviario, un paio di mutande da uomo nere, un paio di calze a rete, un silenzio circoscritto.
Scatola Nr°4 - Un libro di poesie di un autore sconosciuto, un vasetto di marmellata alle more, una racchetta da tennis in legno, i soldatini dei commandos, dei marines e dell'africa korps, l'Enola Gay scala 1:72 con vano bombe aperto, il Pantermatic.
Scatola Nr°5 - la parodia in prosa della divina commedia, un paio di nacchere, un pacchetto di cicche, noiosissimi maunali tecnici di sopravvivenza, un biglietto aereo per le isole Vergini, il calamaio della vicina di banco, la foto della vicina di banco, la mamma della vicina di banco, non lei lei, lei in foto.
Scatola Nr°6 - una stecca di sigarette, una stecca di liquirizie, una stecca con un anno di taglietti, una stecca registrata ad un concerto dei Rare Bird, l'immagine sensuale della ragazza di un cugino grande, la guerra del Vietnam, ovatta, alcol, dinamite.
Scatola Nr°7 - Annalisa, Bruna, Carla, Daniela, Elena, Federica, Giovanna, Helen, Ines, Lorena, Martina, Nina, Ombretta, Paola, Quartilla, Rossana, Serena, Tiziana, Ursula, Valentina, Zara viale.
Scatola Nr°8 - Un rossetto, una matita bicolore, un pezzo di pizza, il pezzo di una piazza nella forma di un cubetto di porfido, il bordo di una piscina, il dizionario dei sinonimi e dei contrari, un bidone alto un metro all'apparenza pieno di costruzioni lego, i pannoloni.
Scatola Nr°9 - Il sole.
Non rubare le scatole che Gino ha riposto con cura nel tuo guardaroba, in basso a destra, proprio sotto a quel tuo infantile dolorino e sopra il bob.
Dammi una matita che devo disegnare uno sfondo nuovo.
Devo mettere le mie pantofole sotto al termosifone a riscaldarsi.
Devo attirare la tua attenzione mentre te ne stai andando.
Devo assicurarmi di avere tutti i rampini messi al posto giusto per evitare di cadere nel più profondo dei baratri pulsanti.
Devo osservare con cura che ad ogni passo io non cada in una trappola per topi.
Devo guardarti sorridere e sollevare gli occhi verso di me.
Dopo.
Gino stava scrivendo libri dopo libri ognuno affetto da sensazioni nuove. Rinascere lo aveva portato a riscoprire nel proprio corpo i germi della passione. "Finchè dura" pensava mentre popoli interi si s'industriavano a commettere strane operazioni per riconquistare territori ormai disabitati da tempo.
Dammi una tabella di marcia per raggiungerti dove sei ora.
Avrei da farti vedere delle figure che ho appena disegnato.
Avrei da mettere la mia testa tra le lacrime del tuo corpo.
Avrei da scindere molecole in singoli elementi da porre all'attenzione di chi mi seguirà.
Avrei da scondinzolare mentre tu mi guardi e commemori quello che ero dimenticandoti di quello che sarò.
Avrei da farti dire una sacco di cose in vece mia.
Gino estraeva uno dopo l'altro i semi sparsi del suo essere stato una volta, e una volta sola, veramente accordato con quello che stava facendo.
"Non è la stessa cosa"
"Può darsi, ma per me lo era"
"Non puoi capire"
"Può darsi"
Non commettere atti impuri ma conquista Gino con le morbide carezze che solo una mano può consegnare.
"I fiori si guardavano tra di loro senza mai essersi posti il problema di quello che stavano facendo eppure lo facevano". Gino leggeva e rileggeva la frase che aveva appena scritto senza riuscire a capire cosa avesse scritto in realtà , un po' come se fosse una lingua straniera o peggio il pensiero di un altro essere che di umano non aveva nulla. Gina si guardava bene da abbozzare un tentativo di spiegazione e Gino stendeva la sua liturgia fatta di canzoni e ballate che nulla avevano in comune con quello che in realtà stava dettando ai suoi discepoli, ma tanto chi gli avrebbe dato ascolto: un fiore, un colore, una nota stonata, un indirizzo di un venditore di pasticche profumate, una geisha gattona assoldata da un killer panzone, una linea di demarcazione, un giallo scritto da un pazzo, un pozzo nero e profondo come il silenzio attorno ad ogni stella?
"Di che colore sono i tuo pensieri stanotte". Gino pensava agli intonaci dei suoi pensieri, buoni per ogni occasione e gettati alla massa vociante come praline di cioccolato. E loro mangiavano beandosi di quei regali e loro guardavano dipingendosi i volti con i colori delle loro squadre del cuore, dei loro partituccoli, delle loro distribuzioni di pensieri all'ammasso planetario.
"Dove sono finiti i fiori dell'inverno". Gino si struggeva nelle parole mentre Mariasole versava birre e Mariaceleste chiedeva soldi per il suo prossimo sorriso. "Dammi un pezzo di cacio per ogni topolino di questo pianeta che possa essere felice mentre si mangia il suo pasto. Dammi una carota per ogni coniglio di ogni cartone animato di ogni giorno. Dammi la mia piccola parola quotidiana così che io possa scambiarla per una verità assoluta."
Non uccidere Gino senza avergli prima dato una sigaretta da fumare.
Gino stava in una stanza completamente bianca, aveva voglia di colori e il fatto di essere in una stanza che era la somma di tutti i colori non lo consolava affatto. Gino aveva proseliti sparsi per tutto il mondo e più passava il tempo più le cose che diceva sembravano fare presa su un numero inusitato di menti stanche di discussioni. Gino stava cominciando a pensare di giocare un po' e mettere un po' di pepe nelle sue disquisizioni. La sua nuova veste di Messia del Ginesimo era multicolore, multicentrica, multivitaminica e chiunque lo toccava provava la beatitudine, ma lui sapeva che non era cosa e si lasciava languire d'inedia nella sua stanza completamente bianca, ma era bianca anche quando si spegneva la luce?
Mariasole e Mariaceleste non credevano ad una sola parola pronunciata da Gino ma il conformismo era tale che anche loro alzavano il pugno ad ogni suo messaggio, persino quando era chiaro che il primo contraddiceva il secondo ed il terzo era una postilla generata per disaffermare le due precedenti. Gino e il Ginesimo si portavano appresso le vacuità delle precedenti esperienze tanto che spesso, a cuor leggero, si divertivano a riempirle di falsi colori. Una mano di giallo zebra, una striscia di blu sole, una spruzzata di verde caffè e così via.
Gina a sua volta si era intestardita nel voler ricercare a tutti i costi le essenze di profumi che avevano disegnato i profili della sua fanciullità, che, a differenza della fanciullezza, sanno molto di tappo e molto poco del contenuto. Un po' di essenza di erbetta del tramonto, due gocce di essenza di succo di palma e una foglia per miscelare il tutto.
Mariasole e Mariaceleste si guardavano tra loro senza mai essersi viste accoccolandosi spesso tra le braccia di un padre e una madre che avrebbero dovuto esserci ma, chissà come e chissà perché, avevano devoluto tutte le loro stille di sensazioni ad una causa a loro completamente sconosciuta, e c'erano rimaste molto male. Ma c'era Gino a fargli compagnia anche se nulla di quello che diceva aveva un senso reale per loro.
Onora il padre e la madre di Gino onora il silenzio che ti hanno regalato e onora tutte le volte che hanno preteso il tuo amore in cambio del loro.
Ho capito che esiste in questo mio mondo qualcosa che devo cambiare.
Forse dovrò distruggerlo e ricominciare tutto da capo, una bella mano di pece ardente che scende dal cielo e si rifà tutto. Ho capito che costruire un mondo intero solo con le parole ingenera fraintendimenti, cioè ognuno si sente in diritto di poter rispondere. Non rispondermi, non ne ho bisogno veramente. Vorrei prendere una piccola stella e farla girare intorno ad un piccolo pensiero. Vorrei che ogni lacrima versata fosse versata perchè non se ne debbano versare altre. Ma non è nient'altro che la solita vecchia storia. E non rispondermi, non ne ho bisogno veramente.
Gino si cambiava gli abiti ad ogni cambio di ora, il rintocco di una campana avvertiva i personaggi che è ora di vestirsi di nuovo e inscenare qualche nuova caccia al tesoro. Gina si tuffava a perdifiato nelle note di qualche nuova invenzione aspettando con ansia la risoluzione finale a tutte le parola incrociate iniziate e mai portate a termine. Le montagne Arturiane facevano da sfondo al volo di incredibili creature che al posto delle ali avevano sensazioni di benessere estremo, il benessere del volo senza dover riatterrare. Il clown impazziva dietro alla trapezzista ma lei non si curava del troppo ridere intenta com'era a piroettare sempre più in alto e a cadere sempre più pesantemente sulle piume di struzzo lasciate da quelle parti dal suo grande ippopotamo.
Tienimi tra le tue braccia, se puoi.
Cullami tra i riporti delle tue sensazione.
Riderò ancora.
Riderò di nuovo.
Riderai ancora una volta di me.
Gino aveva canzoni che gli frullavano per la testa ed ad ogni canzone un mondo compariva ed un altro spariva in un continuo ed infinto nascere e morire, un continuo ripetersi dello stesso gesto sempre allo stesso modo nei secoli dei secoli fino al giorno in cui invece di rinascere e morire si riesce a morire e rinascere subito dopo, sconvolgendo l'eterno orologio e creando una nuova era piena di novità che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare, nemmeno il supremo panetterie delle sterminate praterie, nemmeno il tassista applicatore dell'anello di Moebius nelle città del domani. Gino si cambiò d'abito prima di scendere a cena. Accese le candele e aspettò che Gina si sedesse a tavola, era giorno di festa. Mariasole e Mariaceleste sconfinavano in un unico e stridulo suono di tromba mentre dall'altro capo del mondo, nelle americhe appena scoperte, si sedettero tutti a guardare oltre i segnali di fumo.
Ricordatevi di santificare le feste mesciando gratis il nettare d'ambrosia nelle osterie di tutte le città.
Gino stava sfrondando i rami del suo Ontano gigante delle isole Lambert a ovest del senno di poi, lontano da ogni tentazione di mettersi a sfrondare interi quartieri della città del sole.
Lei intanto stava aspettando il suo amore alla stazione degli autobus sotto il lampione ferito dei suoi desideri, una macchina passava e proiettava ombre sulle ferite aperte della notte mentre la luna arrossiva dietro ad un nuvolone nero di pioggia che non si decideva a scendere.
C'è un dio per ogni desiderio che rimane tale.
C'è una dio per ogni desiderio che si presta a svanire.
Ci sono mani sulle mani che di mani hanno solo il pensiero, ci sono carezze su carezze che di carezze hanno solo il nome, ci sono nomi che si lasciano andare per strade che loro stessi non conoscono..
Lei intanto inseguiva un pensiero che come tale era difficilissimo da raggiungere sempre in corsa dietro a qualche nuovo svincolo autostradale, di quelli che iniziano e non se ne vede mai la fine.
Gino caricava le sue pistole ad acqua di inchiostri colorati ed era prontissimo ad usarle contro tutto e tutti.
Mariasole portava da bere a una coppia di notti silenziose e Mariaceleste imparava a scrivere il suo nome su una bandiera multicolore.
Gina pettinava i suoi lunghi capelli sulla costa del mare in attesa che la settimana enigmistica arrivasse nelle edicole.
C'è un dio per ogni volta che ho chiesto la parola.
C'è un dio per ogni parola detta prima dei fatti.
Ci sono note cantate da voci silenziose e donne che hanno visto il loro corpo svanire sotto il peso delle finestre chiuse.
E ricordati soprattutto di non nominare il nome di Gino invano nelle osterie della città del sole.
Gino e Gina attraversarono la strada contenti di arrivare dall'altra parte mentre dall'alto dell'orizzonte ottico un puntino nero attraversava veloce il cielo sicuro che nessuno lo avrebbe visto se non alzando gli occhi, cosa che, ormai, non fa quasi più nessuno...
Gino e Gina avevano vissuto estati incerte sul loro futuro e la presenza costante e vigile di Mariasole e Mariaceleste aveva completamente cambiato ogni riferimento a qualsiasi orizzonte ottico proposto o imposto.
Adesso Gino era morto e rinato e girava per le strade gettando fiori e occhiate furtive alla gente che lo seguiva. Mariasole e Mariaceleste lo accompagnavano seguendo ogni distacco da un dirigibile radiocomandato. Gina e le sue bambole di pezza governavano una parte di pianeta incoerente con il resto del creato. Le pagine si susseguivano una dietro l'altra importunando i viandanti con nuove e sempre più articolati conclavi per l'elezione del superuomo di turno. Una pianola emetteva suoni sconclusionati in attesa che una accordatore pietoso rialineasse i pianeti al suo interno. L'universo era pura confusione in questi primi vagiti del nuovo stato delle cose. Il caos imperava e Gino ne era fiero e contento assommando vecchie e nuove sensazioni a quelle già presenti. Solo al mare un'empietà lisciava assonanze e le mareee che avevano portato nuovi fertilizzanti sulla terra avevano lasciato il posto a fioriture di improbabili nuove piante, ma altrimenti raccomandavano costanti occasioni di turbamenti e ogni imperscrutabile azione aveva come unico scopo quello del contatto che, ormai, sembrava essersi per sempre perso nalle notti passate ad ascoltare piuttosto che attarversare.
"Io attraverso te? No ti sbagli, sei tu che mi attraverserai!" disse Gino al caos imperante che turbato da siffatta sicumera cercò di tornare da dove era venuto solo che un vento impetuoso chiuse le porte del castello e lo lasciò imprigionato nella torre più alta a scrivere pensierini sull'autunno e sulla primavera, privando il resto del mondo della poesia innata delle mezze stazioni, quelle saltate dai treni a lunga percorrenza che hanno sempre qualche cane randagio che aspetta un padrone che non tornerà mai più.
"Avrai cura di me? Non so se ne avrai il coraggio" disse Gina all suo segnalibro fiore essiccato.
I millepiedi nel frattempo scendevano dalla luna terrorizzando gli addetti alle pulizie e un supereroe cieco sconfinava nelle trasversali delle sale cinematografiche di periferia. Quelle che un tempo trasmettevano film pieni di umori per allodole. Piene di sensazionali combinazioni di corpi che però, a poco a poco, erano diventate ginnastica e non più caroselli arditi e la cruda realtà aveva lasciato il posto a solitudini ben più sottomesse, odiose e crudeli.
Il mondo pieno di luce sembrava essere stato sostituito dalle cupe ombre della paura, quella che fredda ti assale quando hai a che fare con qualcosa che non conosci mentre i personaggi che allietavano le serate erano, uno ad uno, scomparsi nelle segrete umide dei propri castelli di carte.
La luce stessa si era scomposta in troppi colori e non riusciva più a riprendere il suo antico splendore e macchie di sangue lambivano i fiumi al confine tra il sogno e il son desto tra il sole e la luna tra l'armatura e la pelle nuda.
Non avrai altro Gino all'infuori di me si sussurrava nelle osterie.
99998
99999
100000
BOOOM
Si aprano le porte
si scortichino gli intonaci
si dia fiato a trombe, tromboni e trombette.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Gino si alza e cammina tra la folla elargendo benedizioni, caramelle al rabarbaro e all'anice e biglietti omaggio per il lunapark vicino alla stazione.
Gino si alza e cammina con le sue gambe apparentemente integro e sfolgorante in una sua luminosità soave e caracollante.
Gino si alza e parla alla moltitudine di lombrichi che ha attraversato un intero prato per venirlo a sentire, nonostante la pioggia battente.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Gino si è sollevato e guarda incredulo persone, personaggi, millantatori, uomini e donne, sacerdoti e sacerdotesse, accondiscendenti ed accosciati, sostantivi ed aggettivi e persino un avverbio dimenticato da uno scrittore famoso in fondo ad un capitolo mai dato alle stampe.
Gino ha tra le sue mani due tavole da surf su cui ha scritto la dottrina di una nuova religione che sarà oggetto di studio di famosissimi ed illustri manager di soli oscuri e pianeti luminosi.
Gino cerca con gli occhi Gina perchè ogni Gino che si rispetti ha da qualche parte una Gina che cerca i suoi occhi, non fosse altro per farsi restituire sguardi rubati ed ambizioni sopite insieme a qualche foglio di carta moschicida su cui sono rimaste impresse le forme del peccato originale che, in una religione nuova, non può che essere il fatto di non essere esistita prima di allora.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Gino parla a moltitudini di genti che vengono da lontano perchè di quelle vicine è molto meglio non fidarsi potrebbero sempre lapidarti con qualche pietra pomice lanciata nascondendo mani, braccia e pure occhiate.
Gino si collega al proprio mondo scritto e ne immagina uno parlato, uno fatto di immagini e uno fatto di rumori, li colora tutti e tre con indaco, giallo paglierino e rosso pomodoro, li ribalta in un cassonetto per la raccolta di vestiti, li presta ad una arlecchino di passaggio e si riveste con le foglie trovate nei vecchi libri.
Gino bacia Gina e poi Mariasole e poi la ballerina di tango argentino e poi la ballerina di flamengo e Teresa e Anna e Sonia e Antonella e Marcella e Gianna e Carla e Sara e Mara e Nina e Pina e se stesso in una nuvola di nuove scissioni e fissioni e flessioni e parapendii appena appena accennati svoalacchiando e sbattendo contro le luci di una candela.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Gino e le tavole da surf della legge che vengono scritte fitte fitte perchè due tavole non bastano, sono troppo poche, perchè Gino ha bisogno di porre paletti perchè se fosse veramente Dio non avrebbe bisogno di leggi ma essendo lui un uomo inventatosi dio non solo ha bisogno di leggi ma pure di corollari, regolamenti, usi e consuetudini.
Gino accarezza vari pensieri da un inizio ad una fine, da un principio ad uno scopo, da un microscopio ad un telescopio, da tutto a niente da Gino a Gina, inizio e fine di tutto. Noi e Loro. Io e te.
Gino che si arrabbatta a cestinare i contrari delle memorie collettive e riapre tutti i ricordi singoli creando un passato, un presente e un futuro in concessione.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Gino urla dall'alto di una torre antica, urla finanziamenti promessi e mai elargiti, urla di uomini che hanno sconfitto l'invincibile armata, urla i compromessi assurdi a cui siamo costretti da uomini dei che hanno deciso che il mondo è loro.
Gino mangia biscotti a colazione, pasta a pranzo e carne a cena. Gino beve latte a colazione, acqua a pranzo e vino a cena. Gino scrive lettere a colazione, poesie a pranzo e romanzi a cena.
Gino piange, ride, consola, scompare e ricompare scomponendosi in mille e più parole per descrivere una sola virginale teoria sulla vita, la sua vita e quella di tutti gli altri, ma è troppo tardi per scriverla veramente è ora di leggerla tutta in una volta sola.
Gino è morto e ora risorge, succede in tv, succede nel mondo non vedo perchè non debba succedere su questo foglio di carta.
Si abbattano le mura
si scompiglino i giagicli
si stenda l'inestricabile
Gino è morto e ora risorge affannadosi in un ballo lento come lento è il Ginesimo fatto a sua immagine e somiglianza.
Come stai?
Come è che ti arrendi di fronte alla vita?
Come stai?
Come è che abbracci la sensazione di essere vuoto in pieno giorno?
Qualcuno si è lucidato gli occhi guardandoti.
Qualcuno si è attardato a lustrare le sue scarpe.
Qualcuno gioca.
Una preghiera silenziosa dagli ultimi banchi.
98999
99000
99001
...
Strade luminose sotto i nostri piedi
Hai reso la tua pelle un posto conveniente?
Hai dipinto un passato dietro l'altro
Hai reso ben chiaro da che parte ti sei girata.
E c'è qualcuno che spinge un carrello
su ogni strada dipinta a mano
su ogni colore lasciato trapelare in ogni discorso
su ogni marciapiede macchiato da poco.
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C'è un alieno nel taschino della mia camicia
c'è un alieno che gioca con una penna biro
c'è un alieno che manda bigliettini d'amore
indirizzati ad una ballerina gitana sconosciuta
c'è un alieno che deve comprare una macchina nuova
e la sua ragazza non vuole e litigano
c'è un alieno che si cala i calzoni
sostenendo che è meglio così, molto meglio.
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Se devi attaccare al tuo braccio un palloncino
bada bene che non sia troppo gonfio
pena volare via lontano da ogni porta
pena rimanere impigliato a qualche filo della corrente
Se devi parlare d'amore con qualcuno
soppesa bene ogni parola che dirai
pena restare imbrigliato in vortici di polvere
e non tornare più nemmeno per il campeggio
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Una mongolfiera volteggiava sulla città del sole mentre il corteo andava da un punto all'altro della citta. Un corteo a tratti festante e vociante a tratti composto e silenzioso come una nave che partiva per lammerica con un solo pianista messo in cima all'albero di poppa. La terra promessa era stata visitata un sacco di volte da un sacco di gente dai tempi dalla promessa fatta e non proprio mantenuta. Un pezzo di carta aveva sancito il primato dei moribondi sui vivi ed un altro, poi, ancora aveva sancito che il potenziale contasse molto di più del divenuto e che ogni parola fosse legge se a pronunciarla fosse qualche insindacabile ectoplasma.
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Gino contava rinchiuso nel suo feretro viaggiante e Gina aveva un ricordo piantato nel cuore per ogni passo che aveva percorso sostando raramente nelle trattorie dei borghi. Gino si trovava in una situazione imbarazzante sospeso tra un circo Barnum di sentimenti e una più sostanziale immobilità fisica. Gina si cullava delle conoscenze che aveva potuto fare in tutti gli anni in cui aveva ottemperato ai suoi doveri di concittadina. Gino più essenza che sostanza. Gina più...
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L'autostrada aveva portato soldi e notizie, canzoni e balli nuovi, speranze e disperazioni, camion e camionisti ubriachi, sere da passare a divertirsi nei bar lungo la via di fuga dalla realtà. E se c'è domanda dopo un po' ci sarà anche offerta. E se c'è domanda di un amore fatto di attoniti silenzi e fragranti reati dopo un po' arriverà anche quello sulle ali di una frenata di cui stanno parlando ancora a mille anni di distanza.
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Il sindaco aveva a lungo pensato se non fosse il caso di deviare il corso degli eventi verso il cinema locale, sicuramente più accogliente della chiesetta in cima alla collina, ma il parroco si era sdegnosamente rifiutato. Quell'anima sarebbe stata sua, ad ogni costo, anche a costo di far morire qualcuno sotto il sole cocente di un inverno in cui non c'erano più le mezze stagioni.
"A che piano va?"
"Al terzo"
"Be' allora scendo prima io"
Datemi della tintura bianca e saprò colorare ogni vostro più recondito pensiero scompondendone per voi ogni singola particella.
"Anche oggi non ha piovuto"
"Che sia la fine di tutto?"
"Ti piacerebbe?"
"Mi piacerebbe"
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E tutte le parole che ci siamo raccontati, Gina, che fine hanno fatto?
Le ha prese Mariasole per farci un vestito di colori tenui e bislacchi, Gino.
E sono solo parole, parole accennate, inviate, sospirate, urlate, cantate, coricate, accartocciate, impilate, via via sciorinate, ma solo parole. Parole che feriscono o esaltano ma sempre e solo parole.
Gino si sforzava di restare serio nel suo profondo sonno senza sogni, o era un sogno profondo e privo di sonno, chi può saperlo veramente?
Ma contare era lo scopo adesso e contare tantissimo per raggiungere l'obbiettivo prefissatosi senza mai scartare dal persorso prefissato.
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Gina osservava dall'altro lato il feretro passare in quello strano corteo di controfigure e macchiette. Vicino a lei c'era Mariasole, sapevano che in qualche modo qualcosa o qualcuno le aveve poste vicino in quello strano funerale ma non sapevano perchè e soprattutto non sapevano chi. Ognuna di loro conscia di essere in qualche modo causa ed effetto di tutto quello che stava accadendo.
"Ma tu cosa conoscevi di lui?" disse Arturo alla Firts Lady.
"Molto ma non tutto, c'erano cose che mi sfuggivano sempre, che non comprendevo mai appieno, e tu?"
"Io credevo tutto ma poi ho letto il suo diario e allora ho perso sicurezze."
"E dove lo hai letto?"
"Mi è apparso in sogno mentre mi affannavo alla ricerca di un paio di pantaloni"
"Ma cosa ti è apparso in sogno, lui o il diario?"
"Il diario"
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E strisce di aeroplani che dall'alto vanno verso il basso
E tumuli di petali di rosa che dal basso si alzano verso il cielo
E coriandoli in un carnevale che sta finendo
E un gomitolo di lana che un gatto sta pazientemente svolgendo
Una bambina raccoglie una freccia arrivata da chissà dove e la porge ad un passante. Il passante guarda la freccia, la osserva da tutte le angolature possibile e poi, presa un'opportuna rincorsa, la lancia verso la luna. La luna, sorridendo benevola, fa in modo che la freccia arrivi a destinazione. La destinazione si alza e guarda con ammirazione la freccia.
Gino e Gina e tutti i personaggli che hanno costellato questo mio universo sono personaggi di pura invenzione. Questo è un romanzo (be' romanzo è una parola grossa, diciamo Soap Opera) che va avanti ormai da quasi un anno e in cui mi sono arrogato la possibilità di essere un dio. Ho deciso di creare un mondo costellato di cose, persone, amori, steccati, ossessioni, tenerezze infinite ed infiniti dolori senza precludermi nessuna possibilità. Comprensa la possibilità di indossare un paio di pinne e volare.
Io credo che quando si scriva si sia il dio del mondo che si sta creando. Certo molto di quello che scrivo è preso pari paso dalla realtà, sono esperienze reali, vedi 21.29 e 21.30, ma l'idea di aggiustarmele come meglio creda mi affascina per cui mi circondo di incarnazioni dell'unico vero dio di questo mio universo. Lo scrittore.
La fila era composta da un nugolo di persone ben ordinate e ognuna con la sua bella faccia di circostanza. In prima fila l'imperatore dell'universo, il jack e il fante di cuori, teresa e il signore benestante subito dopo La first Lady, Arturo, il consorte e la sposa. Loro otto parlottavano fitto fitto tra di loro elogiando e dileggiando le avventure di Gino. Gina c'era ma non si vedeva, li un po' defilata che rifletteva se era il caso di dire un'ultima parola oppure afferrare al balzo l'occasione e tornarsene a casa a coccolare le sue bambole di pezza perfettamente allineate. Mariasole si era presentata all'ultimo momento e seguiva il corteo in ultima fila immersa nei suoi pensieri, in realtà lo conosceva poco a Gino, ma si era subito affezionato a quello strano cliente che le aveva dato un appuntamento che poi non aveva onorato atteso ad appuntamenti ben più definitivi.
Gino nel frattempo stava contando, aveva deciso di contare fino a centomila raffigurandosi in testa ogni numero. Il rischio era quello di addormentarsi, ma "Morire, dormire, forse sognare", era sicuro che se avesse raggiunto l'obbiettivo qualcosa di fantastico sarebbe successo. Mancava poco ormai, era già arrivato a novantasettemiladuecentoquarantatrè .
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L'imperatore dell'universo intanto stava raccontando di quando Gino cercò di presentargli la ballerina di tango argentino, di tutte le risate che si erano fatti di fronte al susseguirsi di eventi inspiegabili, al consigliere che consigliava ma che non riusciva mai a ricordare. "Ciao", una voce alle spalle, era la ballerina di tango che nel frattempo aveva raggiunto le prime file. "Ciao anche tu qui" rispose l'imperatore, "non mi aspettavo di vederti".
"Neanche io aspettavo di vederti, meno che mai in prima fila, grazie per avermi avvertito stanotte di quello che era successo, non potevo mancare."
"Ma io non ti ho avvertita?"
"Come non sei stato tu eppure la voce era la tua?"
"Impossibile io sono stato avvertito dal mio consigliere solo stamattina"
"Allora sarà stata la ballerina di flamengo?"
"Con la mia voce?"
"Be' la ballerina di flamengo ha una voce molto sensuale."
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Teresa aveva lacrimato tantissimo e scocciatissima guardava la ballerina di tango accoccolarsi tra le parole dell'imperatore dell'universo. Sottovoce, nell'orecchio del signore benestante, pronunciava parole di fuoco: "Ma guarda quella, scommetto che non ha neanche le mutande, ma dove crede di essere, vuoi fare un ballo estremo con me?". "Proprio ora?" rispose il signore benestante con un sorriso che era tutto un florilegio di denti bianchi e ben curati.
"Certo ora, in questo momento, qui di fronte a tutti"
"Non possiamo farlo"
"Ma certo che possiamo, Gino ne sarrebbe stato entusiasta"
"E tu che ne sai?"
"Me lo ha detto stanotte il Jack di cuori al telefono"
"Io non ti ho detto nulla" si intromise il jack di cuori
"E tu non ascoltare i discorsi degli altri" rispose Teresa
"Io stanotte non ti ho chiamata" ribadì il jack di cuori
"E allora chi sarà stato?"
"Non guardare me io dormivo da ore sei tu che telefoni di notte" disse il signore benestante
"Scemo, magari sarà stata Anna?" ribadì Teresa
"Con la mia voce?" dubbioso il Jack di cuori
"Be' Anna ha una voce molto sensuale."
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E' morto un biscaro Tapim Tapum
All'ospedale Tapim Tapum
Tutto da solo e un po' acciaccato
è morto un giorno ed è già dimenticato
Tapim Tapum
La morte, dicono, è uno stato passeggero. Io credo, invece, sia un ulteriore dimostrazione di come la vita non sia che un'esilarante Candid Camera.
Ma come ci danniamo e massacriamo per riuscire ad ottenere uno straccio di credito da quella cosa che i più insistono a chiamare dono e sul più bello: stop, è finita, giù il sipario. Un attimo prima respiravano a pieni polmoni pronti a tuffarci in una nuova avventura e un istante dopo stiamo agonizzando in una pozza di tumefazioni per poi esalare un ultimo dolorosissimo respiro avendo come ultimissimo e banalissimo pensiero: "Ma stamattina me le sono cambiate le mutande?". E' una beffa, un'insopportabile beffa.
E il libro che avevo iniziato a leggere e che mi stava appassionando, come finirà? E il film che dovevo andare a vedere? E quelle labbra che avevano promesso di appoggiarsi sulle mie? E le rate della macchina? E il mutuo della casa? E il coniglio nel cilindro? E come andrà a finire? E chi vincerà il campionato? E chi la coppa? E chi la mortadella? E sarò pronto ad affrontare l'esame del mio Dio? E di quello di tutti gli altri?
Certo che me lo avevano detto di essere sempre pronto ma come si fa ad essere pronti ad una cosa del genere? Si fanno dei corsi? Si aquisicono altrui esperienze? Si leggono dispense che schematizzano il comportamento da tenere di fronte a questa eventualità? Non so una cosa del tipo:
1) Non lasciare mai nulla in sospeso. (Pare facile mica potevo finirla tutta quella teglia di parmigiana)
2) Finire tutto quello che si inizia prima di inizare qualcosa di nuovo (Eh si proprio io che non finisco mai nulla e inizio sempre qualcosa di nuovo)
3) Ricordarsi di salutare sempre tutti come se fosse l'ultima volta (Cos'è una maledizione)
4)...
E poi la beffa più evidente è quella di essere il protagonista assoluto dell'ultimo viaggio e non avere la minima percezione di quello che succede. Di cosa sto parlando? Ma del funerale ovviamente. Del momento dell'estremo saluto in cui tutti saranno li a bearsi della propria tristezza infinita per la perdita del loro carissimo. Ognuno a coccolare il proprio ricordo nella massima espressione dell'universale ipocrisia che verrebbe voglia di risorgere ed urlare a tutti: "Bimbi sono io che son morto voi fra mezz'ora ve ne tornate belli a casa a strafogarvi di sensazioni di vario tipo, ivi compreso il ricordo di me, a me tocca stare qua sotto mentre fuori tutti si divertono".
Be magari sto estremizzando un po' troppo ma pensiamoci. Uno muore e gli altri si disperano. Ma come? Ma scusate, dovrei disperarmi io, voi che c'entrate, voi dovete ballare, festeggiare, brindare alla vita che ancora soffia in voi, stappare fiumi di champagne e tutti in corteo andare sotto alle finestre del governo in carica e chiedere a grande voce una legge contro la morte.
Comunque voglio riderci sopra, sono morto e voglio riderci sopra e narrare del mio funerale con il sorriso sulle labbra con la cosapevolezza che sarà una narrazione parzialissima e iraconda ma nel contempo razionale e foriera di interessantissimi spunti.
Mariasole nel frattempo apprendeva la notizia e, scostando i capelli dagli occhi, serviva l'ennesima birra all'ennesimo cliente.
Mariasole aveva scoperto sul suo vestito comprato di fresco una piccola macchia nera. Era una macchia strana che non si distingueva ad una occhiata disattenta ma che a lei sembrava un infinito nero che stesse inglobando in se non solo il vestito ma tutta lei stessa. Una macchia nera proprio sotto la spalla destra a forma di... macchia ovviamente indefinibile. Era come se nella trama intessuta fosse entrato improvvisamente un cancellino di colori e il bianco, la somma di tutti i colori, avesse lasciato spazio all'incolore, il nero. Un piccolissimo puntino ma che stonava nel coro della sua anima.
Gino, intanto, si affannava in improbabili scuse per le sue trasgressioni notturne e diurne. Per il male che aveva fatto e subito. Per il dolore che aveva invaso il suo corpo quando un proiettile impazzito aveva sconfinato sulla sua traiettoria. Si ricordava di aver pensato, per un attimo: "Stavolta mi faccio male", come se ci fossero state altre volte. Gino si guardava da un piano diverso mentre cercava dissolutamente di ricostruire gli avvenimenti che lo avevano portato a diventare tutt'uno con la terra che lo circondava.
Mariasole si era presentata all'appuntamento priva di ogni possibile richiamo alla sua indubbia femminilità. Non un filo di trucco, nessun aiuto al suo fisico. Lei com'era nella realtà, lei come voleva essere vista ad un primo appuntamento, lei e solo lei. Poi si sarebbe capito. Mariasole aveva aspettato a lungo.
Gino pensava a tutte le volte che di fronte ad una scelta aveva evitato di scegliere, che è, poi, una scelta anche quella, ma priva di aquisizione e rinuncia. Gino si chiedeva come fosse arrivato a quel punto, come avesse potuto scambiare le sue certezze per un piatto di maccheroni al ragù, come avesse potuto distruggere senza avere la certezza di poter ricostruire di nuovo, di come fosse finito su quel tavolo freddo e impersonale coperto solo da un leggero lenzuolo e con la sua gamba in quell'innaturale posizione e un sacco di persone che si affannavano intorno a lui. Gino si sentiva materialmente scisso.
Mariasole aveva passeggiato su e giù per almeno un'ora pensando a quanto fossero inaffidabili le persone. "Ma come sono qui che aspetto e tu nemmeno un cenno, nemmeno una messaggio di scuse, nemmeno la più vecchia e banale delle scuse che so, un mi si è rotta la macchina".
Gino era freddo sotto il caldo di una luce.
Mariasole era calda seduta nel freddo di una panchina.
Gino aveva perso ogni gusto al pensiero.
Mariasole stava ritrovando il gusto al pensiero estremista.
Gino ed un saluti e baci paga la tassa e taci.
Mariasole e la neve che cade e sembra lieve.
Gino ed un unica fotografia che resta nella notte.
Mariasole ed un infigardo bisogno di appartenere.
Gino e... bi bip bi bip bi bip biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
Mariasole che torna a casa.
Le navi lasciano porti ben più invitanti perché è quello il loro scopo.