lunedì, ottobre 20, 2008, ore 17:53

Acqua da bere mentre salgono in montagna
una dozzina di essere striscianti che
sfondano la barriera del silenzio
nemmeno fossero singoli suoni sospesi nel tempo.
Guido in silenzio la mia nuova macchina
esaminando con cura ogni singola traccia.

Una luna foriera di brutti momenti
scende dalle scale e si dimentica di bussare
mentre siamo uno accanto all'altro
e ci intestardiamo a voler concludere la serata

bene o male ci siamo detti tutto
ed ora abbiamo solo da guardarci
il nostro simpatico film serale
pregustandoci poi un sonno ristoratore

il giovane amico si alza e chiede da bere
versiamo vino nel calice e tagliamo altro salame
dividiamo con cura gli ultimi sorsi
e ci scusiamo per essere ancora vivi.

Un tempo potevamo tagliarci i capelli e
sostare a lungo per strada prima di tornare a casa
inquieti sul da fare e sul fatto
ora ci siamo accordati per restare solo un altro po'.

Sto andanto nudo incontro al temporale
assaporando ogni singola goccia prestatami.
Notte e giorno si dividono la posta in gioco
gestendo un casinò dalle parti di casa.
Una sola parola è stata ripetuta più volte
e nessuno è ancora riuscita ad ascoltarla.

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giovedì, agosto 28, 2008, ore 15:58

Sporgo

La luce mi sveglia filtrando dalle persiane
connetto puntini in forma di pensieri frizzanti
e mi chiedo perché alzarmi, perché no mi rispondo ossequioso
attraggo a me una non so quale forma e sorgo

Sorgo

Mi alzo appoggiando il piede sbagliato
penso, io scendo sempre con il piede destro
perché sono sceso con il sinistro stamani?
Da fuori sento chiamarmi, sono venuti, li scorgo.

Sorgo
Scorgo

Mi imbatto in un bambino che mi chiede un euro
A cosa ti servono, penso. Ma lui mi risponderebbe, per mangiare
e a quanti lo hai chiesto, a tutti quelli che ho incontrato
e te li hanno dati, alcuni sì ed alcuni no... ma lo so già e non lo chiedo,
metto le mani in tasca e trovo due euro, glieli porgo.

Sorgo
Scorgo
Porgo

Imbratto qualcosa con i colori che trovo nel cassetto
Ma cosa sto disegnango che non sono capace. 
Arguisco che i pensieri non si disegnano, o almeno io non so farlo
allora tramuto i pensieri in immagini e di colpo, semplicemente, colgo.

Sorgo
Scorgo
Porgo
Colgo

Lo vedo, un puntino là sotto nel vuoto distante da me, un mio pensiero.
Lo guardo e l'ammiro ne sono quasi rapito conosco il suo fine
ne seguo sinuosi i movimenti nel nulla e mi contraggo alla vista.
Mi sporgo, volo?  No, precipito, anzi: spurgo.
 

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venerdì, luglio 18, 2008, ore 17:50

A fine corsa!

Poi capita anche di asciugarsi
stendendosi al sole e coprendosi gli occhi
giocando un po' distratti a fare il cortese.

La stella cometa è passata donandosi
mentre il cipresso argentato ha preferito defilarsi
ed un imbuto di afonie si è fatto grida.

Tutto ciò ci lascia indifferentemente assenti
e concependo universi stolti e contorti
ne apprezziamo i codici criptati e le linee sottili.

Uno dietro l'altro ne traduciamo i lamenti
e li stendiamo accanto a noi ad evaporarsi
silenziosi e predittivi di futuri pleonastici.

Se fosse domani potresti acconciarti i capelli,
se fosse dopodomani andare a caccia di punti neri
altrimenti aspettare o farti aspettare in un caffè.

Eseguo e commento con cura ogni singola frase
attraggo e respingo sorsi di letture leggere
e arrivati in fondo si è persi il filo del discorso.

A fine corsa ti apro la portiera galante
ti sistemo con cura un velo sulle spalle
e con immutato affetto ti accompagno a casa.

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domenica, luglio 06, 2008, ore 12:31

In paese ne parlano tutti
lui se ne è andato con la ballerina
e lei è tornata dalla madre.
Nella casa tra gli scogli e i flutti
lei ha cambiato il pannolino al pupo
e poi si è accasciata in bagno.
Nel giardino pieno di buoni frutti
lui ha chiamato l'ambulanza
e il pupo ha poppato latte artificiale.

Fa caldo in paese
brucia al sole
consuma la noia
importa marmellata
cammina a piedi scalzi.

Il bianco e nero di una fotografia
e la luce tremola al passaggio del treno
c'è da leggere e recitare per tutti.
In parrocchia si consuma una tombola
ci giocano vecchi e bambini, i giovani no
nel fiume affoga un fiore tra i flutti.
La pazza si inchina di fronte al ponte
le carte vengono gettate a valle
da ragazzi e ragazze si aspettano frutti.

Fa caldo in paese
si stringono cinghie
si mulinano braccia
attraccano navi trasparenti
in porti e portoni chiusi.

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venerdì, maggio 30, 2008, ore 12:49

Una volta sono stato in un ospedale, oddio una volta, in realtà ci passo buona parte della giornata, ci lavoro, 
una volta, però, ci sono stato da paziente ed è cosa mica da ridere, o meglio sarebbe stato da ridere ma sul momento non lo era affatto anche perché quando ci cono entrato mica mi aspettavo di trovare tutta quella roba lì, cioè suore, infermiere, dottori e personale vario indaffarato a trovare cosa diavolo stava sbeffeggiando il mio fisico.
Parliamoci chiaro una cosa è la presenza in ospedale come addetto ai lavori, qualsiasi lavoro si stia facendo, sia esso il lavoro del medico sia esso quello dell'ultimo dei portantini, poi io, in particolare, lavoro con i computer per cui i pazienti nemmeno quasi mai li vedo; ed un'altra è l'entrarci da paziente cosa che ci fa comprendere che poi pazienti bisogna esserlo veramente e non è solo un luogo comune.
Gli addetti ai lavori hanno tempi che sono i nostri tempi di quando siamo noi gli addetti ai lavori, e non sono i nostri tempi di quando stiamo male e vogliamo tornare a stare bene, subito. Insomma si scontrano due tempi che non sono parogonabili tra loro ed è per questo che, quando smettiamo i panni da addetto per metterci quelli da ammalati, ci chiamano pazienti. Una sorta di incoraggiamento ad esserlo con religiosa virtù, anche se la voglia di lasciarsi andare a tutta una serie di improperi più o meno devastanti sia molto più forte di qualsiasi proverbio.
Ma andiamo con ordine: quando ci sono entrato io era sotto le feste natalizie, per l'esattezza era il 27 di dicembre, la malattia era esplosa infida e bastarda qualche giorno prima ma, a detta loro, in realtà si trascinava da anni, anzi probabilmente da lustri. Per quei pochissimi che non lo sanno il lustro equivale a cinque anni per cui al plurale diventano multipli di cinque, cioè avete un'idea di quanto sono lunghi cinque anni? Sì, be' tenetelo bene a mente quando e se, toccatevi pure, capiterà a voi.
Per farla breve una mattina ero andato in bagno a fare pupù e mi era capitato di sentire mezza tazza fredda e l'altra mezza calda, come se, prima di noi, ci fosse già stato seduto qualcuno. Adesso che qualcuno si sieda sulla tazza del cesso e ci stia abbastanza da scaldarla è normale, ma che ne scaldi solo la metà, no. In un primo momento non ci feci caso ma poi quando ci tornai e capitò la stessa cosa mi toccai la chiappa destra e non la sentii, tirai un pelo e non sentii dolore. Suonò un piccolo campanello d'allarme, in basso a sinistra nella mia coscienza ma niente di più, allora vivevo ancora in quella strana incoscienza dell'età post adolescenziale, quando siamo invurnerabili, eterni, perennementi indaffarati e belli, per cui il disturbo di cui sopra fu catalogato come curiosità e nulla più.
I campanelli d'allarme però continuano a suonare nonostante non ce ne curiamo affatto e piano piano mi accorsi di non sentire più non solo la chiappa destra ma anche buona parta della gamba.
Arriva la vigilia di natale, cenone a casa, ci siamo proprio tutti, anzi ricordatemi di parlarvene un giorno che è un'esperienza da raccontare, compreso "Lui", il fratellone medico. Ovviamente mi apparto con "Lui" un secondo e gli racconto della cosa, "Lui" mi guarda e mi dice, serio, quasi sottovoce, vieni da me domani sera.
Ecco voi dovete sapere che quando il fratellone prende l'aria seria vuol dire che le cose non solo sono serie, ma sono serie, serie e il campanello d'allarme diventa diventa un fastidiosissimo antifurto.
All'indomani, Natale,  visita veloce e, "Senti ma lì dove lavori non c'è un bel reparto di Neurologia", "Si effettivamente, e li conosco pure tutti, gli ho fatto tutta una serie di programmi per gestire...". "Ecco fatti visitare da loro e fammi sapere", "Gasp, è grave?", "Non lo so".
E si va dal neurologo, è nostro amico, ci si sdraia sul lettino, ci si fa visitare, si vede il sorriso che diventa serio, arriva il primario per un consulto veloce, si decide che all'indomani ci si ricovera, si passa da addetto ai lavori a paziente, si chiede "Mi devo preoccupare?", risposta "Sì". Suona l'intera orchestra delle sirene dei pompieri di Viggiù, suona persino la tromba del giudizio universale, torno a casa, quaranta chilometri ed una decina di sigarette fumate nel tragitto, sono preoccupato, cazzo se sono preoccupato, però, cioè, mica proprio a me, o meglio cioè: "IO NO!", e l'ho urlato nell'abitacolo della mia Y10 rossa.

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lunedì, maggio 12, 2008, ore 17:08

Divago dal vago contado
nell'essere atteso da tanta costanza.
Dall'essere preso per un bavero assente
e presentarmi ridendo alle rive del lago.
"Ci sono" confermo alla corte,
sono presente con tanto di risa e sollazzi
e resto in attesa che voi mi parliate
affrontando ogni curva sicuro di farcela.
A volte avvolto in penombre incuto timore, è vero,
ma le revisioni pre estive di stime già fatte,
contando una ad una varie pinne previste,
son solo cozze appoggiate all'uscio di casa.
Così nuoto a vanvera, un passo alla volta,
dipingendomi Re e regina su di una scacchiera,
ma badate bene: fatta a mano quando ero piccolo.
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giovedì, maggio 08, 2008, ore 14:26

Il Pallone

Io tengo all'Inter. Basterebbe questo a farvi capire che il mio rapporto con il mondo del calcio è alquanto problematico. Cioè io non spacco teste, non rompo seggiolini, io nemmeno ci vado allo stadio, io c'ho sky e mi guardo le partite in tv, nemmeno tutte, cioè solo quelle che le mie pupe mi lasciano guardare tra un cartone e l'altro tra una supermercato aperto la domenica "e che dio li abbia in gloria" ed una visita ai nonni.
Da piccolo facevo il portiere, lo facevo perché ero uno di quei ragazzini imbranati che quando andava ai "boschetti" a giocare il pallone lo portava con sé, di cuoio, numero cinque, e allora mi facevano giocare, mi facevano stare tra i pali perché lì, almeno, non facevo danni e loro potevano, così, usare il mio pallone. Solo quando c'era un rigore contro subentrava il Silvio, quello forte in tutto, e lo parava sempre, un po' per culo e un po' perché era agile come una gazzella.
Il pallone me lo aveva regalato un giocatore del Monza che ci faceva da allenatore all'oratorio. Sinceramente non so nemmeno se giocasse veramente nel Monza, insomma, stiamo parlando dei primissimi anni settanta, ed erano tempi in cui nel Monza ci giocavano campioni che non dovrei nemmeno avere l'ardire di pronunciare.  Quel Monza che ogni anno arrivava quarto, se erano in tre a salire in A o perdeva allo spareggio con il Pescara a Bologna.
L'allenatore me lo aveva regalato perché la catechista era la mia mamma e forse, dico forse e lo sottolineo, a quel giocatore la mia mamma gli piaceva un sacco. Forse gli stavo anche un po' simpatico perché ero l'unico che non riusciva mai, ma proprio mai, a fare più di tre palleggi in fila.
Io tenevo all'Inter anche all'epoca, erano gli anni di Boninsegna, di Lido Vieri a fine carriera e di Bordon a inizio, gli anni in cui si era vinto tanto prima che potessi viverlo e si era vinto talmente tanto che ormai si viveva di rendita e mi divertivo un sacco a leggere sull'album delle figu(rine) che i miei giocatori erano tutti in nazionale.  Certo che mi ricordo di uno scudetto e di una finale di coppa dei campioni. Quella persa con l'Aiax di Cruiff, due a zero, secco come una sentenza passata in giudicato, ero triste ma orgoglioso e mi dicevo: sarà per la prossima. Ovviamente sto ancora aspettando.
La mia mamma era bella e teneva alla Fiorentina ma solo perché era toscana. In realtà simpatizzava per la Juventus. Cose che oggi come oggi nemmeno si potrebbero pensare.
Il mio babbo, invece, era interista come me e mi raccontava di quando era andato a vedere Inter Santos, e nel Santos ci giocava Pelè. E io mi immaginavo Pelè che mi presentava ai suoi compagni di squadra e mi chiamava il portiere del futuro e poi il pallone di cuoio, il mio pallone, mi passava sotto le gambe e i compagni mi mandavano a quel paese. Si è molto feroci da piccoli.
Il mio babbo e la mia mamma non è che di calcio mi parlassero molto, anzi. Di solito mi parlavano dei miei brutti voti a scuola, delle ripetizioni d'inglese, di matematica, di italiano e io un po' mi sentivo un paria. Uno dei pochi casi al mondo di pessimo giocatore di calcio e di pessimo alunno. Lo stereotipo al contrario, come il Silvio, forte a calcio e primo della classe. Per fortuna che c'erano quelli normali e c'era  Cristina che era come la mia mamma, bella, e io, come l'allenatore all'oratorio, perso per lei, per la Cristina che divenne Beatrice nella mia personalissima rivisitazione della Divina Commedia.
Il pallone però era mio, era solo mio, era mio e di nessun altro. Era il mio personale lasciapassare per il mondo dei miei coetanei ed il mio foglio di via dal mondo dei grandi. Da sempre, io,  posto alla periferia di entrambi senza sapere il perché.
Una volta sola fui sul punto di cambiare tutto, cambiare tutto veramente. L’allenatore aveva invitato in oratorio una squadra di bambini di una società di calcio allora famosissima in quel di Monza, la Dominante, e ci giocava il Silvio e fu grande partitona. Ed io ero in porta. E l’arbitro fischiò un rigore contro di noi. E il Silvio tirò il rigore. Tirò una cannonata alla mia destra e non so come e non so perché feci un balzo da pantera e deviai la palla in corner. Alzai lo sguardo cercando gli occhi di mia mamma e dell’allenatore ma non li trovai e mentre li cercavo tirarono il corner, e lo tirò uno che lo sapeva fare e la palla mi colpì in faccia ed entrò in rete  e tutti risero.
Io invece piansi e cercai di riprendermi, invano, quel pallone. Ma non era il mio pallone a cui, invece, parlai lungamente per tutta la notte.
postato da Attraverso | 14:26 | commenti | schizzi

mercoledì, aprile 23, 2008, ore 14:29

Io invece c'ero quel giorno e ho visto tutto.
Ho visto soli scendere nell'acqua e donne lavare al fiume
accompagnate dal suono di un vento lascivo.
Gonne appese ad asciugare mentre applausi suadenti
e cornamuse facevano scivolare lentamente ad est
percezioni antiche di finti suoni di treni al galoppo.
E poi piccioni beccare simboli di pace sventolanti
e bacche inpicciarsi degli affari propri
apportando lievissimi cambiamenti di stile al loro portamento.

Ma tu sie il mare? Anche, nonostante tutto, anche quello.

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martedì, aprile 22, 2008, ore 15:28

Concordo con il mare che ho fretta di crescere.
Cioè concordo che ad un punto morto voglia andare oltre
sostenendo conversazioni con modalità arturiane
ed essere, di conseguenza, primo e secondo al traguardo.
Allora singhiozzo incartapecorito guardandoti le tette
sostenendo brillantemente la mia capacità di esimermi
e conteporaneamente intrufolarmi di soppiatto tra le pieghe
di un giornale sgualcito lasciato al sole di una panchina.
Certo difendo le mie parole da una presunta perdonanza
passeggiando di palco in palco tra le vie del paese
a braccetto con te, tua sorella e il suo fidanzato
ma sono in attesa che arrivi, una volta per tutte, l'ora fine
anelando un ritorno a casa, solo, in macchina, ascoltando jazz.

"Io non c'ero quel giorno mia cara".

postato da Attraverso | 15:28 | commenti (2) | schizzi

mercoledì, aprile 09, 2008, ore 13:22

Esfoliazione (distacco di lembi dagli strati superiori della cute)

C'è rugiada sull'erba del mattino e quella del vicino è più verde ma quella del lontano è fredda come il metallo piantato nella schiena del contrario dell'ordinario. [Citazioni che pascolano nel buio]

C'è un senso di accondiscendenza nel nostro essere merce di scambio per favori appuntati su note a margine di un testo. [Ossessioni appuntate con spilli d'argento]

Perbacco ho le mani che sudano mentre ti siedi e ti spogli per fare una doccia. [Articolati pensieri sul dopo e sul prima].

Sei la quarta di copertina di cuneiformi persi nell'incendio della biblioteca di Alessandria. [E questa adesso da dove è arrivata]

Sento che l'urlo parte da lontano,
silenzioso, in costante aumento,
una specie di vento che arriva alle spalle
e ti costringe a girarti, a guardare,
a sollevare la bocca dal fiero pasto,
a ringraziare i presepi riposti con cura passato il natale,
ad essere appoggiato alla nuca di un altro. [Teppista della parola cerca trapezista monco per scambi di umori]

Occorre un carro per trasportare il fieno delle mie notti passate ad aspettarti,  sostanziale differenza fra me e te e tra i nostri incubi personali, tra questa fine pensierosa che ci aspetta e a cui non ci rassegnamo mai. [Sto cercando di dirti che non è una lingua nuova che ci salverà]

Dieci michette
Un etto di crudo
Zucchero
Farina doppio zero
Un chilo di pomodori da insalata
Un cespo di lattuga
Sei uova
...e ricordati di lavarti le mani quando torni a casa [Mi sto muovendo da sud verso ovest lentamente]

... [Da oggi a ieri contentendo a qualcuno quanti di luci]

Mi chiedo se sto pensando o sognando, se sto concependo o rispondendo meccanicamente agli stimoli che hanno posticipato la venuta del salvatore, messia in attesa di rivincita. [Che sottomettano a sé questo spazio e questo tempo]

Bevimi [Il mio sangue]
Mangiami [Il mio corpo]
Esfoliazione di sé

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lunedì, marzo 24, 2008, ore 22:21

L'undicesima linea, tracciata dal nonno di un nonno di un nonno, sarebbe stata a lungo celata agli occhi della gente ma poi un vento gentile la fece conoscere al mondo e il mondo ne fu grato, tranne un coniglio selvatico in una tana che doveva condividere con lei il suo magro pasto.

Ti guardo negli occhi, ancora ragazzina.
Ti guardo muoverti verso di me, danzatrice del ventre.
Ti guardo avvolgermi con il pensiero mentre la tua bocca sa di di quello che hai appena bevuto.
Ti osservo di nascosto cincischiando con il risultato della mia ultima ricerca, scoperta mineraria non priva di rishi estremi, financo la morte.
Mi concedo un ultimo ballo con la mia scopa preferita e, odierna cenerentola, rubo dai borsellini gli spiccioli per tirare alla giornata. E sogno California.
Ogni cosa è a posto, va tutto bene, ci sono persino le stelle che fanno da guardia all'arrosto appena sfornato e due o tre canarini che cinguettano in attesa della tua venuta.
La sete è sete e la fame è fame, figuriamoci in un postribolo pieno di veleni con un temporale che si profila all'orizzonte e lampi e fulmini su ogni tavola da apparecchiare.
Ma tu mi appartieni e io controllo che non sposti nemmeno una bricola di pane senza averla prima annusata.
Forse ci apparteniamo ma di costruire aeroplani non se ne parla e allora ci buttiamo a capofitto nella boscaglia e superiamo rotaie per treni fantasmi in attesa dell'ultimo vagone, quello carico di coperte di lana per i fanti al fronte che non arriverà mai in tempo o quello carico di corpi da buttare nella neve e di patate da raccogliere.
Mentre la tua bocca sa di menta e fuoco.
Mentre le tue mani sanno di olio e unguenti per rilassare i corpi e le anime dei pescatori.
Mentre menti sapendo che nemmeno la verità basterebbe a portare sollievo alle ferite della luce troppo forte, dei vermi rimasti ghiacciati nel terreno gelato, dei ventri pieni di sgomento.
E ti sogni mentre ti specchi per ringiovanirti al contatto con l'acqua riflessa dalla luce della luna piena che ti trasforma in un partecipante silenzioso e solitario della festa della terza stazione.

Li senti andar via e capisci di colpo
che il loro discorso è diverso dal tuo. (*)

Se solo si sapesse qual'è il loro discorso e qual'è il mio.

* Claudio Rocchi - La tua prima luna

postato da Attraverso | 22:21 | commenti | linee

venerdì, marzo 21, 2008, ore 18:54

La decima linea incontrò il favore del pubblico e si dimenò sul palco così tanto che dovetterò fermala i carabinieri.

Quando si rialzò si accorse che aveva le mani piene di sangue. Si tastò qua e là cercando di capire se fosse ferito ma evidentemente il sangue non era il suo. Eppure non c'era nessuno vicino. Solo una motocilcetta accartocciata contro un muro ed un'anguilla che cercava disperatamente di tornare verso l'acqua che non c'era.
Sangue sulle mani e un fiore giallo nel taschino.
Una sposa che ti corre incontro e una tenera figura retorica sepolta nei risvolti dei pantaloni.
E allora si incamminò lungo la strada per raggiungere un punto quasiasi lontano da dove era adesso. Cercò di pulirsi le mani con un fazzoletto ma non ne aveva e allora usò l'erba sul ciglio della strada.
E camminò a lungo.
E corse a lungo.
Trovò una fontanella e si lavò mani e viso.
Trovò una chitarra e scrisse una canzone.
Trovò se stesso seduto su di una panchina della stazione e si invaghì di quella sua aria da seduto ad aspettare il treno.
Camminò su un filo tra due palazzi in costruzione e ricevette un sacco di applausi da un folto pubblico di netturbini.
Volò incontro ad un biplano e fece a gara con una nuvola nera.
Navigò in lungo e in largo e strinse una forte amicizia con Moby Dick e Fred Astaire.
Pulì il sangue sulle sue mani sognando di bere ad una fonte cristallina di una montagna su di un mappamondo.
Si strinse al cuore un pensiero felice.
Si stupì a leggersi le mani e a trovarci non solo il suo futuro ma anche quello del suo vicino di casa.
In ultimo si alzò e cantò con tutto il fiato che gli era rimasto il suo amore per le ragnatele della vita.
Sfuggì per un pelo ad un urto di vomito del suo compagno di bevute.
"Un'altra birra oste"
"Come vuoi tu amico ma ricordati di pagare"
"... sì"

postato da Attraverso | 18:54 | commenti | linee

martedì, marzo 18, 2008, ore 00:10

La nona linea ebbe la sorte di essere cancellata da un uragano.

Un solo soldino per sentire la tua testa sul mio petto.
Non ho motivi per dirti che non c'ero. Io c'ero, c'ero veramente mentre cadeva il primo dei missili sulla luna.
Forse se sotto il letto non avessi nascosto una mazza da baseball in alluminio.
Magari se fosse carnevale.
Se il reggimento si fosse fermato a guardare fuori.
Dicono sia morto.
Dicono lasciatosi cadere sul fiume in piena con un sasso al collo e mille candele di cera nelle tasche.
Se fosse stato Natale non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno l'angelo pigro del signore, nemmeno il frumento giallo dei campi dipinti nei musei, nemmeno il frusciare di un acciarino che si perde nella sera.
L'alcol è pieno di calore quando ti brucia nella gola o quando ti brucia addosso e non hai voglio di starli a sentire parlarti di lei. Aerei e treni distanti.
Dinamo che fanno luce e neve che si posa sui capelli.
Uccelli che si posano, becchetteno qua e la e volano via rincorsi da un bimbo.
Sassi lanciati in uno stagno che ruotano in aria prima di toccare la superficie.
Soli appesi al cielo che, uno alla volta,  si posano ai piedi della statua di un signore vestito da re.

postato da Attraverso | 00:10 | commenti | linee

giovedì, marzo 13, 2008, ore 23:25

L'ottava linea fu tracciata da un padre sulla tomba di suo figlio.

Nell'ordine naturale delle cose dovrebbe andare tutto in un certo modo. Il figlio sopravvivere al padre, la cugina fare l'occhiolino al cugino, la notte seguire il giorno fino all'alba successiva, il brindisi supporre la presenza di una bevanda ristoratrice.
E correre per non morire non vale, se si muore per futili motivi, tipo una misura di pane al postio di una di farina doppio zero o di un rampicante lasciato a guardia del riposo del guerriero.
Così ti portai il tuo orsacchiotto e te lo posi accanto, pensando che avrebbe potuto farti compagnia e mi assunsi la responsabilità di vegliare sul luogo in eterno, o almeno fino a quando me lo avrebbe consentito la madre di tutte le sensazioni apostrofate dai bisogni di esserci, averci pensato, eddere sospinto dal vento a distanze siderali più simili ad una voce di donna che ad una catena che stringe forte.
E varcai la soglia della casa della ragione in compagnia dei filosofi della morte e di quelli della vita, in compagnia di fantasmi perbene e monsignori pieni di buone maniere e di affetti all'apparenza sinceri.
E smisi di viaggiare e mi fermai ad osservare i passanti vegliando sui tuoi resti, consumando frugali pasti con signore di malaffare che piagevano ogni qual volta raccontavo la tua storia.
E continuai a vegliare senza prendermi la briga di ripararmi dal freddo o dal caldo, dalle intemperie o dall'assenza di sensazioni o meglio la presenza di distinzioni serie tra pirma ee dopo, tra musica e rumore, tra silenzio e ripostigli pieni di cianfrusaglie accantonate nel tempo, una per ogni ricordo.
E impugnai la spada della vendetta promettendo a te, ma soprattutto a me stesso, di non staccarmi mai dal suolo dove giacevi e dove sognavi quello che saresti potuto essere o saremmo potuti essere indossate le ali di cera lacca.
E sorrisi pensando a quanto eri buffo mentre giocavi a rincorrere le foglie e di quanto eri terribile e fiero con la tua lancia e di quante palle da tennis fosse pieno il mondo mai toccate da racchetta alcuna.

postato da Attraverso | 23:25 | commenti | linee

martedì, marzo 11, 2008, ore 23:07

La settima linea voleva fare la cantante ma, uccisa durante una rissa al porto, finì per fare la canzone.

La vagabonda aveva comprato un mazzo di fiori nel vicino chioschetto. Aveva chiesto al suo eterno fratello di serbarlo per i giorni a venire, quando sarebbe tornata a far suonare di nuovo le campane. Ma l'amica del fattore non tornò e mentre cadeva una fitta pioggia il mazzo di fiori fu appoggiato da una mano stanca sul ciglio della porta del suonatore di cornamuse del vilaggio, quello che ogni volta che era ubriaco si divertiva a tocare il sedere di madama la tenutaria.
Il comignolo sputava fumo da più di un anno ma nessuno nei dintorni se ne era accorto, o i più  facevano finta di non accorgersene. Il mazzo di fior, nel frattempo, navigava di stella in stella alla ricerca del senso ultimo di quella canzone, quella scritta dalla vagabonda bionda prima di finire il suo vagabondaggio biondo su di un'isola di mangiatori di liquirizia che se la passavano di mano in mano fino quasi a scioglierla.
Nel centro della città un forte vento e turbini di parole si accalcarono alle porte delle chiese dove si recitavano le ultime preghiere prima della sera., e il fattore, allora,  comprò una macchina nuova ed un cappello a cilindro, un trattore usato ed una tuta da lavoro, una strada chiusa ed uno aperto a tutte le esperienze.
Prima che tutto questo avesse un senso compiutò il galeotto fu rilasciato e tornò a casa dalla sua bella e la trovò ad aspettarla. Il sole brillava di luce propria e le nuvole velavano solo un po' il cielo.
C'era aria di primavera.
Lei gli chiese "Sei tornato finalmente?"
e lui rispose "Sì, ma domani partirò di nuovo, ti va di venire con me?".
"Non lo so, anche se dovrei saperlo, sono la tua sposa, sono la tua fedele compagna, dovrei seguiti in cima al mondo e giuro che vorrei farlo ma c'è un ma che ci divide".
"Lo so," rispose il galeotto, "lo so, ma ho sempre sperato di non saperlo veramente, o meglio, ho sempre sperato che a Calico ci saremmo ritrovati di nuovo, io e te da soli."
"E adesso che siamo tutti all'inferno dove porteremo le neostre camicie a stirare?" continuò a cantare la matta sotto le finistre durante la notte. Pochi giornali scrissero di lei il giorno dopo, pochi cantanti cantarono di lei il giorno a venire.
La polvere alzata dal vento si posò, poi, su tutte le cose.

postato da Attraverso | 23:07 | commenti | linee

venerdì, marzo 07, 2008, ore 23:17

La sesta linea occupò a lungo le prime pagine dei giornali ma poi fu dimenticata.

A lungo parlai di te alla festa di laurea. Io e Federico ci trovavamo d'accordo su tutto, anche su quello che rappresentavi per ognuno di noi, soprattutto su quello. Poi arrivò Veronica e mi chiese di uscire con lei, pensai a chissà quale affare da fare assieme e invece doveva solo parlarmi di te.
"Sai non so come dirtelo ma ieri l'ho vista aggirarsi nei bassifondi di Tulsa"
"Allora avrai visto anche me", gli risposi.
"Ma no,sscusa, ma non eri dal professor Lugli a Marinella?"
"certo ma ci sono stato solo un'oretta e poi sono andato da lei e insieme siamo andati a Tulsa"
"E perché non ti ho visto?"
"Perché non volevi vedermi"
"Perché non c'eri e come al solito la difendi"
"Come ti pare..."
A lungo parlai di te con Benedetta alla festa di di compleanno di sua cugina. A lungo interloquii sul tuo esserci e non esserci, sul tuo amarmi e odiarmi e contemporaneamente uscire solo con tua madre e tuo fratello e non raccontarmi mai cosa fai.
A furia di parlarne capii che ra meglio provare ad uscire con te ma tu non potevi e allora uscii con Fiorella e lei mi parlò di te e di quelal volta che le avevi portato via il maglione più bello, quello con su gli orsetti e le tartarughine.
"Me lo avevi regalato tu, non te lo ricordi, per il mio sedicesimo compleanno"
"Fiorella sono passati vent'anni, sarà pieno di buchi, tarme ed insetti"
"Ma che dici, lo tenevo caro come una reliquia di un santo"
"Ma io non sono un santo"
"No, davvero, ma avevo sedici anni e i sedici anni non si scordano mai"
"Fiorella ti esce il sangue dal naso"
"Sì, lo ammetto ma non è sangue è amarena"
A lungo ti cercai tra le mani delle mie amanti e ti trovai distesa in un insieme di cartoline spedite da lontano. E' stata di certo una bella giornata quella che si presentò agli occhi del primo esploratore lo sarà aancora di più il giorno del prossimo ritorno.
A lungo parlai di te cercandoti nei fondi del bicchiere riempito a metà di una sostanza a metà tra il riso ed una trasformazione.
E' una vita meravigliosa quella del soldato di ventura.

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mercoledì, marzo 05, 2008, ore 00:46

La quinta linea fu un insieme di circostanze che ricacciarono indietro la peste

Poi cercai di definire per bene le cose che avevo da fare, quelle che c'erano da compiere al momento della riscossa, una per ogni deficiente pronto a propinare pastigle contro il mal di cuore fatte di erbe aromatiche delle montagne che si vedevano all'orizzonte.
Venne la peste e trovò ognuno a cercare di osservare con cura i primi segni della malattia sulle guance del vicino.
Il curato se ne andò per primo nonostante le preghiere dei suoi parrocchiani, subito a ruota il dottore del paese e un paio di adepti della fratellanza cosmica,
Passò inosservata l'astrovane.
Il cane abbaiava alla luna e la luna abbaiava al cane. Il circolare era diventato contante e le monete restavano ben nascoste sotto ai materassi. Metalli preziosi da ritirar fuori passato il vento dell'inverno. I fuochi venivano accesi sotto a pentoloni carichi di unguenti speciali sorti apposta per lenire i malanni dei moribondi.
I topi si lagnavano che mancava sempre qualche carezza nella sera e qualche fiotto caldo di polenta.
La decadenza era dovuta alla mancanza di preghiera o era la preghiera stessa ad averne accelerato il corso degli eventi, o degli aventi diritto alla succesione.
Il ministero della salute promulgò severe leggi a contro il propagarsi della malattia come se bastasse una legge a fermare il contagio.
I topi, nel frattempo, occupavano le sedi lasciate vacanti dai notabili del paese, ormai fuggiti all'estero, ormai fuggiti a contare pecore per addormentarsi e ad attraversare ponti per esaminare, uno ad uno, i cardini pericolanti.
Maria, nel frattempo, sposò Giuseppe ed ebbe un bel bambino ma preferirono chiamarlo Filippo per non sfidare troppo la sorte.
Io continuavo a tenere la contabiltà dei nati e dei morti, dei malati e dei guariti e di color che restavano sempre nel mezzo pronti a riversarsi nel vicino fiume per mondarsi.
Poi cercai, di nuovo, di ridefinire il disegno lasciato incompiuto dal cavaliere di passaggio e intuii che il caso aveva potuto molto di più delle farfalle tornate bruchi.
La vera causa era la mancanza di vento allora mi concentrai e chiesi al mio dio di farlo arrivare, il mio dio si ridestò di colpo dal suo sonno millenario e chiese a suo cugino, il signore dell'aria, di fal alzare la brezza marzolina.
Lentamente l'aria si mosse e ricacciò indietro la peste.
O fu la peste che si stancò di mietere vittime.
O furono le vittime che si stancarono di essere mietute.
O fu una serie di circostanze fortuite che chiusero il conto per mille morti a uno a favore della vita, l'unica vera grande malattia incurabile.
Era morto da solo e non se ne era accorto nessuno.
Era morto con il rasoio in mano mentre si faceva la barba.
Fuori fischiava una brezza marzolina carica di primavera e Sandy si era lavata le mani alla fonte più vicina borbottando per il troppo sole.
Io le chiesi di ballare lei mi rispose di no.
A cavallo rapineremo la grande banca di monete nascoste sotto ai materassi e ne faremo stelle da appuntare sulle vesti bianchi dei bambini che cantano nei cori.

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giovedì, febbraio 28, 2008, ore 00:42

Eccoci qui a dirci quello che vogliamo
Siamo liberi o siamo occupati
Siamo insieme o ci aggiriamo soli sotto la pioggia, al buio, guidati da un cane.
Eccoci qui a ridere di noi
ancora una volta
ancora piegati in due dal mal di stomaco
per il troppo esserci
per il troppo restare attaccati al freno della vita
il malox che si chiama dormirci sopra ed alzarsi
in un insulto continuo alle abitudini
che ci piacciono
che ci fanno consegnare l'ennesima carezza
prima di lasciarsi, momentaneamente.
Re la mi

Ed eccoci qui a scrivere ancora una volta
del male ignobile del sottostare
alle inutili tristezze della felicità.
Mi dai un bacio e lo sottolinei con una forma
stringendoti al cuore l'acqua che scende dalla doccia
costringendomi a pensare al tuo corpo nudo
alle tue parole prima e dopo l'amore
al sottrarre lettere dalle parole per farne un diadema
di luci al neon tremolanti quando si accendono
e sfolgorii di elettriche persiane.
Eccoci qui a sorridere ad un bicchiere di the freddo
Sol Re la mi

Mentre la mano sollecita a lungo il manico della chitarra
e scuote con cura per non lasciar scappare nessuna nota
si dipana il corridoio della notte in un celestiale
c
anto d'addio all'amico scomparso, all'amore finito,
alla gioventù dimenticata sulle dune del deserto.
Fammi suonare ancora una volta, una sola volta,
con te e fammi vedere i tuoi occhi sorridere
per essere qui ancora una volta nello stesso posto di sempre
accucciati a scegliere la colonna sonora della notte
e a disporre piccoli rivoli d'acqua nelle apposite canaline.
Fa Sol Re La Mi

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martedì, febbraio 26, 2008, ore 15:58

Personaggi. I- Un qualsiasi io disperso.
                  F- Una qualsiasi folla vociante

[sta tramontando l'ultimo dei quattro soli]

I- Ho riflettuto a lungo.
F- Shhhhhhhhhhhhhhhhhh, non lo fare.
I- Ho riflettuto a lungo su quello che ho da fare.
F- Shhhhhhhhhhhhhhhhhh, e chi ti ha dato il permesso.
I- Cioè, ci ho provato a ricercare un fine ultimo, un passaggio, un attraversamento anche pedonale per poter fruire pariteticamente dell'uno e dell'altro capo del filo di ciò che mi è stato chiesto
F- Sei pazzo.
I- Effettivamente, un po', ma preferisco dire sono un temerario!
F- Joe?
I- No Julgebrand.

I- Allora dicevo,e non fatemi perdere il filo del discorso, ci ho provato a fruire del mezzo con cognizione di causa ma è il significato che mi sfugge. Cioè cos'è il mezzo, cos'è la cognizione di causa e soprattutto cos'è il suo fruire?
F- Shhhhhhhhhhhhhh, ma che domande fai?
I- Domande, semplici domande.
F- Sti cazzi!
I- Anche, cioè, estroflettendomi all'insaputa del capo ho scalpellato il vuoto del bianco che ho davanti e ne è venuta fuori una riga dritta dritta.
F- Quanto dritta?
I- Quanto basta, e soprannumerando i singoli punti ne ho fatto un righello.
F- Geniale?
I- Nel frattempo ho unito i puntini da uno a cinque e ho cominciato a delineare una figura.
F- Un rombo?
I- Non saprei come definirlo, dovrei fartelo vedere ma ho perso il foglio.
F- Ma i punti li hai uniti senza mai staccare la penna dal foglio...
I- Chi ha parlato di penna, ho usato il pensiero.
F- Ah be' allora...
I- E con il pensiero ho delineato la figura di un omino
F- Cerchi l'uomo
I- No, la figura
F- Sei Nudo?
I- No vestito
F- E allora cosa cerchi a fare se sei vestito?
I- La nudità?
F- Sordido figuro che sei
I- La nudità da schematizzazioni possibili
F- Non sei umano allora
I- Forse
F- Ma dove vuoi andare a parare
I- Un rigore alla finale dei torneo dei principianti, un corpo immerso nella formaldeide che si conserva immutabile, un lungo elenco di cartine geografiche da catalogare con cura: luogo, anno e scala.
F- Ma è follia?
I- Sì, no, apprendo solo ora il significato della parola edulcorare.
F- Roba da non dormirci.
I- Dipende dal sito in cui ti trovi.

[comincia a cadere una fitta pioggerellina]

I- Ho posto un insieme di domande al saggio della montagna
F- E lui cosa ti ha risposto?
I- Risposte
F- Si ma quali
I- Ecco vedi qual'è il problema, tu vuoi solo le risposte
F- Sei nudo
I- E' vero il re è nudo. Fatemi un piacere, scrivetelo sulla mia lapide
F- (Ticchete Ticchete Ticchete tac), va bene così?
I- Avrei usato un altro font
F- Accontentati

[arriva l'alba del primo dei quattro soli]

I- Sì

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sabato, febbraio 23, 2008, ore 14:30

Io e Danilo ci eravamo conosciuti sui banchi della scuola e nelle vecchie vie del centro avevamo scoperto, insieme, le prime cose lontani dall'ovatta del grembo familiare. Le prime delusioni, le prime sigarette di nascosto dal prete che poi tanto sapeva tutto ma ci guardava con paterna comprensione, probabilmente anche con una punta di complicità celata dal ruolo.
Le prime cotte, le fughe dal collegio per andare al liceo musicale dove c'erano le ragazze, il suonare sotto quella finestra le nostre stupide ballate di lotta e fantasia al potere, aspettando che Lisa si affacciasse e sorridesse insieme a noi, nemmeno fossimo i cantautori di quell'oltreoceano che ci piaceva tanto.
E c'erano i fiori alla finestra e i sandali da calzare quando si entrava in casa sua, durante l'ora d'aria. In casa della professoressa d'italiano a continuare a suonare. Io, Danilo e Lisa che ci accompagnava, chitarra, basso e pianoforte. Ci sarebbe voluta una batteria, ci sarebbero volute nozze e sigarette da comprare e buoni voti da portare a casa, e un'illimitata dose di portoni da aprire e da richiudere immediatamente dopo.
E poi le notti a parlare del futuro e a progettarlo pieno di canzoni, di musicisti, di prigioni da liberare, di lunghi elenchi di cose da portare con noi fino alla fine.
Ed immginarla quella fine, magari su di un vagone con cinquanta marchi in tasca, o cento Zlote. Ma no, quella era la storia del fratello del nonno di Danilo che non era riuscito a fuggire, non aveva fatto in tempo.

"Quante luci, è già Natale?"
"Ma no, è solo Maggio, è la festa di Santa Petronilla"
"Papà, mi compri il Bruco Ballerino?"
"Lo scriviamo nella letterina per Babbio Natale"
"Insieme a tutti gli altri giochi?"
"Sì"
"Ma quanto manca a Natale?"

Non voglio tornare a parlare dei giochi da bambino, non voglio tornare a scrivere delle bocche da fuoco affamate di sentenze, non voglio tornare a parlare di chi è tornato a casa ed ha smesso di giocare per far giocare, che ha smesso di ridere per far ridere o che, come noi, ha smesso di suonare per suonare.
Non voglio nemmeno parlare di quante volte ho sottinteso qualcosa di diverso da quello che sottindevi tu, probabilment il più delle volte. Mi piacerebbe solo descrivere le volte che si suonava fino all'alba e poi si andava insieme a comprare il pane caldo da Filippo, lui sì che era dovuto crescere in fretta, lui sì che avrebbe voluto venire con noi in autostop in Irlanda.
Non voglio nemmeno soffermarmi troppo su fortune e sfortune, su ripetizioni e mantelline indossate a carnevale e dismesse solo per concepire inconcepibili accordi tra parti non perticolarmente accordanti. E se mentre suonvai si rompeva un corda ci si inventava una melodia nuova con una corda in meno e Danilo rideva e mi seguiva e Lisa diceva no con la testa e sì con le gambe.

"Posso andare in bagno"
"Aspetta che ti do un asciugamano"
"Posso uscire di botto da sotto al letto urlando sorpresa?"
"Aspetta che mi metto il suo pigiama."

Everybody's talkin' at me, I don't hear a word they're sayin'.
Era così davvero. E ogni sera finito il concerto c'era qualcuno che veniva a parlarci, a chiederci delle accordature, degli amplificatori, delle corde usate e di quelle da usare, ogni sera qualcuno ci chiedeva conto di ciò che avevamo fatto e noi a riderci sopra e a bagnarci le mutande dalla voglia dal desiderio di voler continuare a cercare, confiscare, erudire.
Danilo si assentava un attimo e tornava pimpante come non mai, io mi assentavo un attimo e tornavo incazzato. Danilo mi chiedeva, "Non ti ha risposto?", "No. La troia" e si andava a bere, e si andava a suonare di noi stessi bevendo distratti all'ultima mensola su cui era riposta la medaglia.

"Lo sai che non ti rispondevo apposta"
"Adesso sì, prima no"
"Lo sai che non è stata colpa tua?"
"Adesso sì, prima c'erano lupi alle finestre "

Lisa la perdemmo quasi subito, forse fu il caldo di quall'agosto, forse fu il separarsi per un po' senza sapere davvero quello che avremmo fatto, forse fu il fatto che non ci si dovrebbe mai giurare di non separarsi e di suonare insieme tutta la vita fino a raggiungere luna, marte e pianeti limitrofi. Sta di fatto che Lisa si accorse che il mare non era caldo come lo avevamo descritto e che si può stare bene anche senza scale e tasti bianchi e neri e che è meglio un posto al caldo che uno al freddo e che se si deve vivere di qualcosa è meglio poter vivere di quello che si è e non di quello che si vorrebbe essere.

"Ma guidi ancora come un pazzo?"
"No, guido sempre come uno che ha fretta"
"Ti chiuderò gli occhi un giorno"
"Che non lo so?"

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mercoledì, febbraio 13, 2008, ore 23:46

Fu come un attimo di luce per poi ritrovarsi a fare il punto della situazione, scoprirsi a guardarsi negli occhi come mille anni prima senza avere il coraggio di guardare un po' più in là. La paura di trovarci il tempo passato a farsi del male, il tempo passato a curarsi le ferite inferte dalla spada tagliente di una fine, dai ricordi di com'era confrontati al pensiero di com'è.

"Ti ricordi?"

Ma io volevo andare oltre, non mi interessava essere proiettato in una canzone di Guccini, nemmeno la più bella. Non volevo rimettermi a fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Ormai volevo solo riflettere su quello che ero. Ora, adesso, in quel preciso istante senza dovermi per forza perdermi in un mare di banali ovvietà, nel suono soave di una suite.

"No, non mi ricordo".

Mi guardò e ripose il sorriso dentro alle guance e cambiò sguardo. Per un attimo parve scusarsi ma subito dopo riapparve la sicurezza del non esserci mai veramente stata. Di essere solo una proiezione sensuale. Il passo deciso, il corpo teso alla conquista del creato, quarant'anni e non sentirli.

"Sei un coglione"
"E' vero."

Siamo tutti dei coglioni quando restiamo appesi ad un passato senza mai vivere veramente quello che siamo adesso, un eterno febbraio. Genitori di noi stessi nella disperata ricerca di essere qualcosa di più di quello che siamo veramente, concine per quello che verrà, se mai verrà. Poeti con la erre moscia, figure che a naso si studiano e continuano a non curarsi che è ormai Agosto.

"Fa caldo, non ti togli quel maglione?"
"Hai ragione dovrei farlo ma è il mio amuleto".
"Davvero?"
"Davvero!"

A poter descrivere veramente quello che ci circondava avrei dovuto disturbare i remoti, ma non ne avevo voglia. Attorno, nonostante il caldo, il freddo e il gelo di quello che rappresentavamo. Carte di giornale, mozziconi di sigarette, polvere e sabbia, l'incuranza generale del trascurato, e le formiche, formiche dappertutto, formiche che cercavano cibo, e lo trovavano. Amore passato di moda un po' ovunque, innamoramento alle prese con il concerto di Maggio. E tu provasti a raccontarmi di te ma io non volli sentirti.

"Il coniglio l'ho mangiato proprio ieri e ancora ne ho pezzi nei denti"
"Me lo avessi lasciato fare te li avrei spazzolati io"

In ogni caso non ho lasciato che il mondo mi crollasse attorno senza puntellarlo qua e là, ho preso palta e cazzuola e ho costruito tutte le barriere che mi servivano, non ho aspettato il lupo che soffiasse sulla mia capanna ma ho subito eretto il muro che mi serviva a difendermi da quelle come te, da quelle che ti prendono e non ti ridanno più indietro assoggettando il vuoto a rendere alla loro idea di pacco postale.

"Quando finisce un'amore?"
"No, quando cancelli un mondo"
"Il solito melodrammatico"
"Ho ucciso, non ti basta?"

Perché, se non lo sapeste, ho ucciso veramente, ho ucciso interi mondi popolati da creature fantastiche, ho ucciso contrari e sinonimi in pestilenziali trame d'arazzi pomposamente attestate in rovinose cadute di stile. Ho implorato che mi facessero parlare con te, ho implorato che mi portassero il tuo corpo per poterlo uccidere di nuovo, ho implorato che il cambio di stagione non arrivasse mai e che fosse per sempre inverno solo per non togliermi mai più il mio maglione. Ho zoommato verso il mare è ho visto la balena bianca arenarsi, non era felice.

"Vuoi un caffé?"
"Sì, grazie"

La prima volta che mi esibii davanti ad un pubblico avevo poco più di vent'anni, il cantante, star di prima grandezza, era un cretino ma aveva la sua bella voce ed era un vero animale da palcoscenico. L'hit del momento era una struggentissima canzone d'amore per la sua bella che era andata via con il suo migliore amico ed erano morti entrambi nel rogo del Monte Bianco, e lui arrivava a far piangere, ogni volta, immancabilemnte, diecimila fiammelle che tremolavano nel buio. Non c'era niente da fare, non riuscivo a restare serio, la canzone mi ricordava troppo il ballo del qua qua, e mentre gli altri piangevano a me scappava da ridere e quella sera sottolineai il momento più struggente facendo fare "Qua Qua Qua" alla mia Telecaster. Danilo, il bassista, mi guardò stupito, il cantante non si accorse di nulla, il produttore sì e ci volle un'intera serata di parole per non farmi cacciare via.

"Lo sai che sei sempre stato troppo pieno di te stesso"
"Dici? Buono questo caffè, che miscela hai usato?"

Poi fu un susseguirsi di trovate, di invenzioni di sbarchi del lunario butterato di cicatrici da acne juvenilis, di pirotecnici slanci verso fantasie popolate di sesso nei luoghi più disparati, ovviamente da solo, ovviamente con la chitarra sempre addosso a suonare assoli ipotetici,ad arpeggiare per un pubblico pagante senza mai dimenticarmi del "qua qua qua" con la Telecaster, senza mai dimenticarmi del quaderno di canzoni rimasto nel ventre di Moby Dick, senza mai dimenticarmi del passato da cui avrei dovuto liberarmi subito, immediatamente quel giorno chiamato "Roseau" nella meravigliosa invenzione della Rivoluzione Francese di un calendario privo di dei.

"Allora mi racconti cosa stai facendo?"
"Suono in giro, ballo il 'ballo del qua qua' ogni sera prima di addormentarmi, cerco di disincagliare Moby Dick dagli scogli, controllo che il mio conto in banca non vada troppo in rosso"
"E le scrivi ancora le tue canzoni?"
"No, le ingoio a forza"

Danilo mi seguiva sempre nei miei giri di chitarra, Danilo si divertiva a sottolineare con il suo basso ogni mio errore, ed io a trovare l'assonanza giusta con il colore, strano, dei suoi capelli. Le coriste ci facevano l'occhiolino mentre il cantante si esibiva ma loro erano proprietà privata ed io e Danilo ci limitavamo a sorridere per poi citare a memoria interi passi della Divina Commedia in attesa che finisse la Tournè e iniziasse Carosello. E su tutto il pensiero che ogni giorno, ogni, era solo un segno sulla nostra supposta felicità.

"Sono qui in una vecchia strada del centro a cercare di capir cos'è la vita", L'hai capita poi?
"Figurati, l'ho solo scansata e mi è andata anche bene, bene."
"E ti lavi ancora le mani mille volte al giorno?"
"Una in più"

Danilo si soffiava il naso continuando a suonare, lui diceva che si asciugava il sudore dalla fronte ma io sapevo che soffiava via notti a tirarsi su la vita, non capivo come facesse a mentenere comunque il ritmo, il tempo, la nota eppure lo faceva con un rapido gesto della mano stringente il suo immancabile asciugamano, qualche volta soffiava via anche il sangue ma continuava a suonare e a tenere il tempo e se il cantante si girava verso di lui sorrideva e gli schiacciava l'occhiolino. Through the clouds into the sky... Semplici parole di canzoni vecchie e fiammelle nel buio. Se solo avessero sospettato che assomigliavano a fuochi fatui probabilmente avrebbero smesso, e poi, con i riflettori in faccia il pubblico quasi non si vede, anzi del pubblico non gliene fregava niente a nessuno, put a little love in your heart,  del suo portafoglio un casino ma di Mario, Martino, Vincenza, Gennaro, Ilaria niente a nessuno.
E a me meno che agli altri.

"Ma quanti anni sono passati?"
"Ho visto diverse lucciole nel mio giardino l'estate scorsa e una di loro mi ha persino parlato"
"..."
"Mi ricordo che mi desti un ultimo bacio sul divano di casa tua con tua madre che spadellava in cucina"
"..."
"Non so quanti anni sono passati ma ora sto bene, Danilo è morto il mese scorso, ma sto bene"
"Chi è Danilo?"

E' davvero strano quello che fanno i nostri percorsi, le nostre strade, si incontrano, si dividono, cadono sul selciato di un cortile e si sbucciano un po' per poi tornare ad essere quelli di prima, soli. C'è chi le disegna, chi le scrive e chi le suona, alucni semplicemente le pensano perché non conoscono altri modi per descrivere le rose da una parte e le spine dall'altra.
Suonare per il cantante era vieppiù noioso ma poi, qualche volta, succedeva che chitarra e basso partivano per la loro strada e il piano e la batteria li seguivano gioiosi e il cantante andava a fumarsi una sigaretta e le coriste scioglievano i loro capelli, e magari anche il pubblico scompariva. E improvvisamente si suonava per noi stessi e basta, a volta capitava, a volte quando il cantante aveva fatto tardi e la voce lo tradiva, quando Rosa era andata via e il cantante piangeva disperato, quando il produttore si distraeva un attimo e il pubblico non era quello delle grandi occasioni, o quando, a furia di accendere accendini, finiva il gas.
A volte si suonava per se stessi nelle luride cantine della città, a tourné finita, prima di Carosello

postato da Attraverso | 23:46 | commenti | schizzi

martedì, gennaio 29, 2008, ore 12:09

A=Un Filosofo
B=Un ingegnere
C=Il loro cane

A) Sì ma è nero.
B) Il buio è oltre la siepe al di qua c'è luce, al di là, buio.
A) Sì ma è nero.
B) Potrebbe anche essere ma se il buio al di là non viene in qualche modo illuminato potremmo trovarci a dover affrontare pesanti crisi strutturali, non ultime la caduta di foglie, la generazione di momenti negativi e il parto trigemito di streghette urlanti.
A) Sì ma è nero.
B) Ma al di qua c'è luce.
C) Ma la luce di che colore è?
B) Nera.
A) Ah AH!
B) Sì ma al di qua, al di là è solo buio.
C) Bau Bau [e si allontana]

postato da Attraverso | 12:09 | commenti | teatro, schizzi

lunedì, gennaio 28, 2008, ore 23:10

Chissà a cosa serve scrivere, tracciare memorie, fermare istanti, incupire colori mentre fuori cadono navi e scendono silenzi.
Uno per ogni bambino dimenticato all'asilo che aspetta il treno delle sedici e sedici sulla banchina assolata.
La pecora nel bosco e il lupo che la segue.
Chissà a cosa serve trascinarsi ogni giorno da un libro ad un porto, da una commedia ad un programma di dieta a punti.
Un punto per ogni stella cadente lanciata dai carri e dai carretti al seguito, un  punto per ogni arancia che colpisce quello di sotto, un punto per ogni seno visto tra le pieghe di una camicetta.
La pecora nera nel bosco scuro e il lupo che fugge inorridito.
Ciao amore mio
ciao ciao.
Ciao e dammi il fiore dei tuoi anni migliori
che io, in cambio, ti reciterò una poesia.

Potrei tratteggiare istanti e trattini pieni di sè, potrei addirittura inscenare una fuga verso occidente al seguito di una compagnia di guitti scalzi.
Scatenare una ridda di ipotesi sulla scomparsa delle nevi perenni dai soffitti viola del pensiero assopito.
La pecora scalza e il lupo in ciabatte.
Ma poi, però, sapessi anche scrivere una fine decente per ogni camminata mani in tasca verso la luna, attraverso i pensieri, abbacinanti scintille di pace.
Criticando le perdute ore spese a terminare compiti e spostare pesi da un punto all'altro della stanza nuda.
La pecora bianca che ride e il lupo che stona tutte le canzoni.
Ciao amore
Ciao ciao
Ciao e dimmi quante poesie ti ho scritto
che in cambio ti dirò quante ne ho pensate.

E nel ridire ancora i pensieri che non ti ho scritto capisco che avrei dovuto scriverli ancora più forte e non lasciarti fuggire via.
E non lasciarti cadere dove sei caduta.
La pecora che fugge e il lupo che la insegue.
La pecora che si ferma e il lupo che la guarda.
Umore che non lascia spazio a nessuna incertezza.
Rumore che si ferma ad accarezzarti i capelli sporchi di sangue e suscita la compassione dei passanti.
Ciao amore
Ciao ciao
Ciao e dimmi quante volte ti ho ferita
che in cambio mi assopirò alla guida di un aeroplano.

postato da Attraverso | 23:10 | commenti (1) | schizzi

sabato, gennaio 26, 2008, ore 18:30

Ci sei sempre tu
nell'attesa del fiume che ci sommergerà.
Anche tu,
come la prima volta che ti ho vista nuda.
L'amore che scivola via
nel mare che bagna
mentre ci abbracciamo.

Il catalogo riporta ogni tuo gesto
e con il pettine spazzoli via pensieri
facendo cuscini di lana grezza
disfacendo erezioni con il sorriso di una bimba
mentre attendi, silenziosa, l'arrivo del sole.

Cambierò i gamberi con le trecce della nonna
mettendomi dalla parte di chi fu ucciso.

postato da Attraverso | 18:30 | commenti | schizzi

martedì, gennaio 15, 2008, ore 22:17

Gino e l'apostasia first version

Io non ho mai la più pallida idea di quello che sto facendo e se quello che sto facendo è scrivere, poi, questo non solo è vero ma è anche un tratto distintivo di quello che sono.
Sono un poeta, non sono una santa, sono il discinto signore che vi toglie la sottoveste e si pascia delle vostre curve, ma voi, rapite da un verso, non capite, e non potreste mai capirlo, che quello che cerco è solo un orgasmo fine a se stesso.
Avrei dovuto essere più chiaro sulle mie reali intenzioni ma, probabilmente, questo non avrebbe che accresciuto ulteriormente la distanza che ci separa. Io ho un secondo fine gretto e facilmente riconoscibile mentre voi siete fedeli ad un dio che ha i vostri caratteri somatici. Bella coppia che saremmo cara amica di una sera d'estate.
Nel frattempo mi insinuo tra di voi, pluri laureati e decorati, io che a malapena ho preso, barando, un diploma e che a malapena ho preso, barando, la medaglietta di partecipazione, quella che non si nega a nessuno, ai giochi della gioventù. Perché per me studiare, appliccarmi su di un libro ed imparare che caio diceva e tizio faceva o la formula per risolvere le equazioni di secondo grado sono sempre sembrati una malattia, oltretutto contagiosa, per cui tendevo bellamente a fuggire i secchioni di ogni risma e, a leggere di fisica, preferivo leggere qualche poeta ma badando bene a non fare altro che leggerne le opere tralasciando le note, le critiche e le spiegazioni. Che poi se una poesia vi va spiegata, una canzone vi va spiegata, una preghiera vi va spiegata vuol dire che non siete consapevoli e che siete inutile carne da macello, o che la poesia, canzone o preghiera sono una chiavica.
Voi invece citate a memoria intere pagine di caio che diceva di tizio che diceva su sempronio e che la vita è così e che una volta in un circo il cerchio di fuoco fu attraversato non da una tigre ma bensì da quattro oche: sapienza, onore, amore e furore.
Voi che in una storia di merda ci mettete dei fiori e che in una storia di fiori badate bene di lasciarci fuori la merda.
Voi, nel vostro essere prima di tutto attori, vi siete scordati che ciò che recitate è il frutto di qualcosa che qualcuno in qualche modo ha vissuto e non basta essere principi per essere belli ci vuole anche un discreto culo.
Voi che in un imbuto avete messo i voli dei piccioni e vi siete lamentati che loro, poi, vi abbiano lasciato per volare liberi.
Voi che avete abolito la luna e avete concusso quasi tutti i nostri sogni impedendoci di vedere che oltre il giardino delle parole ne esiste uno per le godutine prive di un dopo.
Voi naturali appendici sebacee.
Voi stuzzichini serviti al bar insieme all'aperitivo.
Voi inutili comparse.
Voi biglietti strappati dalla maschera del cinema.
Voi confini antropomorfi della dizione corretta.
Voi accenti sulla sillaba sbagliata.
Voi che l'avete lasciato solo sotto la scritta "Inutile Navigare Riconoscendosi Iniquo"

Gino si svegliò di colpo madido di sudore, guardò la parete davanti a lui, si alzò, tolse il crocifisso e lo depose in un cassetto, si rimise a letto, guardò Gina, seguì la linea del suo seno con un dito ma senza toccarlo, vi appoggio l'orecchio, era viva, il cuore batteva.
Gina si svegliò vide e sentì la testa di Gino appoggiata al suo seno e l'accarezzò.
Gino porse l'altra guancia.

postato da Attraverso | 22:17 | commenti | schizzi, gino va a caccia

lunedì, gennaio 14, 2008, ore 15:23

Sentire elegantemente, elargire.
Offuscare attentamente, disquisire.
Parlare di te
parlando di me
ascoltare di te
con innocenti richieste.
Scivolare lieve, atterrare
imbonire vigliaccamente arpeggiando.
Ascoltare di te
acoltando di me
parlare di te
affrontando insidie latenti.

Avrei dovuto tagliarti la gola senza mai lasciarti parlare
Avrei dovuto tagliarti le vene senza mai lasciarmi prendere
Se solo ci avessi pensato prima
Se solo.

Si alza la luce del mattino
dopo tanto precipitare
si lava le mani e tossisce.

Avrei dovuto cancellarti gli occhi senza mai lasciarteli disegnare
Avrei dovuto iniettarti tutto il veleno senza mai lasciartelo sputare
Se solo fossi arrivato prima.
Un secondo.

L'acqua scivola via
nel gorgo a spirale
lava e pulisce
purifica
santifica
solidifica
scientifica odori
sollecita impressioni.

Domani ci penserò un po' su.
Zot!

Cerchi disegnati per terra
e monete sparse sul pavimento
fazzoletti gettati al suolo
domani ci penserò di sicuro.
Ci credi?
Domani.
Zot!
Quante volte?
Domani ci penserò di sicuro.

postato da Attraverso | 15:23 | commenti | schizzi

lunedì, gennaio 14, 2008, ore 15:02

Ho appurato che c'è un posto dove esiste un sentiero
appartato
dove i conigli viaggiano liberamente.
ascoltati
Ho scoperto che le fragole crescono rigogliose
abbassate
dove le sentinelle stanno le une alle altre
abbracciate
ad aspettare soli che non tramontano mai
assetati
e si consumano asciugandosi vicendevolmente
attardandosi
a sollecitare ogni centimetro di pelle
attorcigliata
senza mai concedersi una volta che sia una.