4)
Senza dilungarmi ulteriormente cerco di non pensarti
ossessionata dall'essere ancora alla prese con
luci ed ombre, cerchi e quadrati da precipitare
ognuno nel proprio posto, pena una citazione al giorno.
Parto ancora una volta sapendo che se tornerò,
e non è detto che lo farò, sarà unicamente per
ricostruire uno dopo l'altro tutti i fili lasciati cadere
tanto non è che una tela la si possa leggere facilmente
e anche se la si legge, poi, capirla è tutta un'altra cosa.
Soldati e tribù di sfaccendati si aggirano
tra le note spente di una canzone tristemente famosa
accarezzata da una brezza che sarebbe bello replicare
sotto questo assurdo sole di un'estate ancora da iniziare.
Elemosino ondate di orzate attraverso il mio charme
restando fermo a guardarti che sorridi disimpegnandoti da
altre carezze e da altri monili offerti in tuo onore.
Così spengo il motore della mia macchina e scendo
accanto a quello che resta di una splendida serata.
Note e virgole appaiono distanziate sapientemente da
trappole per piccoli insetti o grossi animali e
osservano con giudizio un silenzio da esame di riparazione.
Non credo che potrò di nuovo accogliere i tuoi
occhi nei miei sguardi senza soffermarmi sul
nesso che c'è tra le parole che abbiamo pronunciato
meno che mai poi sul fatto che sarei potuto annegare
in quell'assurdo mare di colori che c'era lì dentro e
in fondo mi ci sarei perso volentieri nello stucchevole
mormorio di pentole sul fuoco, mestoli accecanti e
pomodori lasciati seccare all'aria, convincendomi che
ogni singola stilla di sudore fosse in realtà nettare
riservato ad un olimpo in festa dove dei e dee
tracciavono improbabili trame di terrificanti amplessi
amorosi per umani ingenui raccattati nelle pianure.
Dopo ho capito che non c'entrava l'amore e nemmeno
il sesso ma solo l'esserci stato e in qualche modo
aver colto l'essenza di quello che avrebbe potuto
venir alla luce se solo si fossero tolti un po' di
elementi da tutto quello che avevamo indossato,
rimosso, ricucito, ritagliato per la nostra vita.
Porgo allora le mie più sentite scuse per non aver capito,
indurito dal tempo come un albero dalla pressione, che
avevi qualcosa da dirmi e da propormi mentre io
non avevo altro che giochi di prestigio e una
tazza colma di zucchero, sale, olio da cucina e
opulenti grassi animali coperti da una spessa coltre di neve.
Giudicami benevolmente, se mai potrai, e non crederti
unica nella tua forma, ce ne sono tante e ognuna con
addosso parole e premi da donare a chi saprà
riceverli. Spero solo che se un giorno costruirai
dove abbiamo distrutto evitarai con cura di lasciare
aperti spiragli dove possa entrare un coniglio
accattivante che soffiandoti nelle orecchie ti
sussurri che non c'è più niente da fare e da capire e
che ogni volta che ridi è solo per la felicità altrui.
Oppure è il silenzio che cade tra due stanze quando
lasciando aperta la porta si cercano le parole da dire
tastando emozioni che paiono farsi da parte e
assurde ripicche che pareggiano uno ad uno con
strade, palazzi e parole che viaggiano vorticosamente,
oscure o a volte chiare come il sole,
non curanti degli strascichi che lasciano e
osservanti una materia esoterica fatta di pura essenza.
Qualsiasi cosa essa sia è dentro e non possiamo
urlarla fuori pena la fine del nostro universo
impastato in anni con cura e saliva apparentemente vitale.
Se fossi stato un po' più indulgente con me stesso
ti avrei chiesto una caramella per finire la serata
onestamente e senza nessuna ulteriore semplificazione.
Così sono risalito sulla mia macchina senza voltarmi e
accendendo la musica ad un volume altissimo ho dipinto una
nuova realtà, costruito un castello di carte e, di colpo,
tentato di fuggire da strade che pensavo di avere
accanto ma che erano invece perse per sempre
nel tempo, nelle cose di tutti i giorni oppure
dovunque io avessi poggiato il mio sguardo indagante e
osservato anche solo per un secondo un seno.
Perché in fondo sto raccontando di me a me
elencando ogni novità ragionevole pur di
respingere la più banale, stupida ed ossessiva verità.
Tracciando così innumerevoli bisogni che poi
eviterò accuratamente di soddisfare.
Perché abbiamo costruito talmente tante
elementari ossessionanti necessità o raccordi da
ritrovarci più spesso soli che insieme
tentando inutilmente di fluire sapientemente
espirando ed inspirando senza pensiero consapevole.
Potrei così andare avanti per giorni ed ore
e invece mi fermo perché alla fin fine è chiaro il
ridicolo disegno che sto tendando di tracciare usando una
tavolozza con un'unica tonalità di grigio
e che, cazzo, mi sono innamorato di te.
2)
Poi improvvisamente mi accorsi che la mia mano era fasciata
ricordai un dolore lancinante e sabbia sotto i piedi
e non ero c'erano tetti che potevano coprirci
non ero da solo ed ero con una piuma di cristallo
dentro un'ampolla di vetro, dentro un fiume
insieme e comunque sempre solo nonostante la compagnia
morigerata di un numero imprecisato di conigli.
Insieme e staticamente appoggiato alla spalliera del letto.
Tutto poi si comprise in un unico segnale di fumo
incastonandosi tra mille maree e scogli a picco,
elenco ordinario di notabili rabdomanti e
ninnoli che sbattono l'uno contro l'altro e che
incontrandosi paiono rompersi senza mai lasciarsi
mischiando acqua di marzo e temperature torride d'agosto
invecchiando come una canzone in un juke-box di frontiera
ti ho raccontato di quella volta che al posto di dio
incontrai un modellino di nave che partiva per il sud?
Ho tracciato un sentiero tra dove siamo e dove andremo e poi
occultando il suo percorso tra chiodi e fogli di carta,
gettando una luce sinistra su determinati avvenimenti, ho
illuso i viandanti che tutto fosse semplicemente una cena
à la carte in un ristorante di Berlino Ovest.
Distinto poi il sottile limite tra bene e male e
accorciandomi in una sorta di discesa agli inferi ho
tentato di battere un nuovo record mondiale di
ostentazione di muscoli e cerebrali allocuzioni e
tralasciando inavvertitamente con chi avevo a che fare ho
urtato tutti i presenti con singhiozzi di vanagloria
taratata e colpi di lupara tutto intorno a me
taratata e colpi di accetta che oltrepassano l'anima
attraversandola senza nemmeno sfiorala mentre
la mia mano ferita era un cielo azzurro e una folle corsa e,
accecato da una folla festante di contadini curvi,
mi sono ricordato di dover fare una faccenda importante:
inculcare nella mente dei presenti la mia immagine
accanto a quella di una divinità senza né braccia né gambe.
Vane ottave ripetute senza lasciare il tempo di predirle e
inutili suoni di strumenti a fiato che irrompono d'improvviso
tutto avrebbe un senso se a ripeterle non fosse il vento
accanto ad una bambina che ascolta una canzone e non lo sa.
Nel cielo si staglia netta e decisa una luna vagabonda e
ogni appunto scritto sul proprio diario da esploratore
necessariamente diventa una fuga senza speranza e
mille anni di fughe descritte su un telo bianco diventano, poi,
i porti a cui attraccare e quelli da cui ripartire velocemente
verso destinazioni ignominiosamente scelte a caso
accanto ad altre che invece sono la scoperta della
nemesi nottambula di una coperta buttata per terra
e che avrebbe volentieri avvolto un corpo qualsiasi
magari il tuo che invece è accolto dalla sua personale
mangiatoia, notte passata a contare pecore e capre.
E poi tutti a guardare se giù dal ponte fosse ancora
notte oppure stesse in lontananza spuntando un sole
onorato in ogni caso da nuvole cariche di pioggia.
Dicono che basterebbe stare seduti ad aspettarti
invece di darsi ripetutamente da fare e che
cercarti sotto un mucchietto di foglie non vale e così
hanno versato da bere a tutti i presenti e
innalzato i calici per augurare a tutti una dolce notte,
appena un attimo prima di farsi saltare in aria e
mandare baci e abracci spedendo una cartolina con
annessa vista su un mare carico di luci riflesse.
Ricordo che un attimo prima avevo visto la luce e
tra un sorriso e un diniego la luce era passata
incasellandosi nei propri personali "non ci sono", "ci sei".
Allora non penso più a te a ai tuoi giocattoli
murati vivi dentro una camera perennemente in ordine così
osessionata da preghiere e trappole per topi bianchi,
ricacciata in un'unica realtà immobilizzata.
E lentamente osservo i nostri ritardi assottigliarsi.
3)
Se proprio dovessi darvi una definizione a tutto ciò
eviterei le classiche parole di circostanza e resterei
inappuntabile, come sempre, nel mio vestitino nero
porterei il saio a lavare sulla riva del fiume e
rincorrerei festanti fanciulle nelle loro dimore
oscurando per un attimo quello che chiamano
pudore. Poi resterei a fissarti inebetito mentre
richiami a te fiori e colombe, cimbri e unni
indaci appuntati a far di conto alla fiera degli
oppressi e nel novero delle cose, aggiungerei, anche i
costanti richiami a quello che ci viene chiesto di essere.
Ostento una sicumera altamente sospetta nel
mescerti una coppa di vino che non so bere
elevando, così, onorevoli realtà alle vie d'uscita.
Lascio da parte tutto quello che ti ho scritto e
ancoro ogni sensazione al mare profondo che ho di fronte
mentre dentro di me galoppano cavalli e
una musica impazzita sale ad accantonare ogni
sicurezza di fronte ad un seno che data una
infantile attitudine alla fuga sarebbe proprio una
curiosa novità ma poi metto da parte tutto e con
accattona perseveranza sbircio tra le pieghe
svolazzanti della tua camicetta da ballerina domestica.
Eviterò così di dover mettere dei puntini di sospensione
non tanto perché non ci starebbero proprio bene,
zanzare noiose che pungono, ma semplicemente perché,
a conti fatti, non ci sono che furiosi
despoti a costringerci a prendere quello che c'è
invece di aspettare quello che arriverà
testardamente aggrappati a tutta una serie di
elementari e ossessionanti norme di razionale comportamento.
Nuotare da soli in una mare di banali
ovvietà mi renderebbe tutto di gran lunga
noioso, lo so, ma così certo e invisibile. Più facile.
Sospiro al pensiero di quante cose ho lasciato intendere
accanto al mio foglio di carta di quaderno a quadretti
ricapitolando con estrema cura ti impongo due cose:
evita di lasciare accese le luci del bagno la notte
basta sapere che c'è una porta aperta dietro a quel muro e
bagna le piante del the almeno due volte al giorno
esigendo cosi' ogni mattina vita dalla vita stessa.
Poi incamero le mie attenzioni di traverso e
inchiodo ad una parete il poster di una farfalla morta
unico esemplare ancora degno del nome che porta e
vago di tana in tana cercando un po' di cibo e
incontro un vago sapore di sangue ogni volta che sbadiglio.
Tutto è scritto nel libro che qualcuno sta scrivendo
attraverso le polveri bagnate del proprio io.
1)
Accodami un pensiero alla volta e
mostrami che lo stare qui con te
appaia più una conseguenza che una scelta
misurata da passi costanti e lungamente
incerti nel loro essere sempre uno dietro l'altro.
Sinceramente non so che cosa cercare, forse
pareti sottili attraverso cui origliare
o molli guanciali su cui poggiare la testa.
Salgo velocemente le scale da una porta
all'altra e cerco semplici conseguenze
mitigate da un passaggio di danza tra
i fiori di maggio dedicati a te con il forte
sospetto che essere arrivati primi
ìnacidisca assai i rapporti con i secondi.
Io ho raccolto da terra una piccola moneta,
nichelino perso da un bambino distratto, ho
soppesato con estrema cura i pro e i contro e
orgoglioso di esserne entrato in possesso ho
maneggiato diverse istanze di combattimento amoroso
mentre i vicini di casa urlavano che era ora,
addirittura, di tornare a casa e piantarla di baciarsi.
Dopo ogni macchina era un occhio che ci guardava
appartato e distratto da possibili fughe di notizie.
Mi avevano chiesto di stare fermo e tranquillo
mentre mi portavano via al cospetto di un dio locale.
Idiota, mi ripetevo, ma una vocina in basso a destra
lamentava con cura la sua soddisfazione piena ma
avrei, comunque, voluto tornare di corsa a casa.
"Tu hai infranto le regole base di ogni
umana convivenza. Hai cercato di rubare le sette
anime di specchi dalla mia dimora solenne e
verrai, per questo, gettato nel gorgo
immutabile dove giacerai per un lungo periodo
tormentato da serpi e scorpioni da
amori impossibili e possibilissimi fallimenti" Disse
"Ho così deliberato", aggiunse e mi consegnò,
orco coprofago, al capo delle sue guardie.
Limito allora le mie percezioni al minimo utile
accattonando ogni singola luce che emani e
traggo tutto quello che mi offri sapientemente
e mi rivedo leggero e vagamente infelice che
sto seduto ad aspettarti sotto un cielo stellato che
timida vieni a predirmi un futuro pieno e per un
attimo lascio da parte ogni possibile svolgimento
passano i mesi e si accavallano le gambe
incidenti di percorso diventano eventi
e percepire le sottili sfumature della tua voce
non basta più allora riprovo a suonare un
accordo ma c'è una corda rotta e non suona
desto mi ritrovo accanto al mio corpo
inutilmente afflosciato e privo di vita
quali sono le nostre paure se non facciamo che
unire i numeri dall uno all'infinito disegnando
eleganti vie di fuga dalla realtà e
limando spigoli uno dopo l'altro in silenzio
ti ho avuta addosso per una notte intera
umida e assordante come un temporale
occasionale e adesso non restano che le parole
catapultate da un feroce accenno di sonno
ossessionante e da pastiglie prese per
limitare gli accessi di una stazione chiusa.
Onora il padre e la madre onora il loro
richiamo a quello che avresti potuto essere
e non hai deciso dei essere. Onorati allora.
E arriva il buio feroce delle cose finite
con i fondi dei bar pieni di fumo, bestemmie e partite a scopa.
Una matta litiga per un po' di benzina e,
misurando le parole, cerco di calmarla
"esinfio data sa putta", continua a ripetermi.
Noto con sollievo che si avvicinano altri avventori,
issando bandiere e vessilli urlano di farla finita.
"Cora casa posa pane". Parole senza senso addosso e
indossato un soprabito decido di avviarmi.
Suona la campana della chiesa vicina
inutili rintocchi a cui nessuno da peso
limito il mio esserci ancora con il volerne uscire
e mi metto le mani in tasca cercando da fumare.
Nessuno da più peso alle sue parole
"Zirchia, zirchia" si trasformano in mormorio le urla.
Irrigidisco i muscoli del viso e cambio faccia.
Mi hanno detto che arriva subito prima di una disgrazia
o forse è solo una poesia da scrivere in fretta.
Richiudo il mio quaderno in cui ho annotato dei giochi.
"Morte porte torte corte sorte"
"Osanna oh sanna sanna sanna oh", e perplesso
resto qui a guardarla ancora un po'
mi accorgo che ha un segno blu sul naso e
osservo il suo vestito scivolare via.
"Rospo rossiccio togli l'impiccio"
alzo il pugno e cedo il mio cuore in cambio di un
ninnolo d'argento che regalerò a mia madre.
Ora devo andare non c'è nulla da scrivere di nuovo.
Incapsulato nel bieco tentativo di dare un senso ai miei fallimenti mi trovo accoccolato su una rupe di fronte al mare.
Davanti a me un tramonto rosso su di un acqua calma.
Una leggerissima brezza mi rifresca i pensieri.
Fa caldo, il caldo torrido di un sole mai velato.
Un gabbiano plana verso il mare e ne seguo la discesa con malcelata invidia.
All'orizzonte si vede una nave.
Cadono una alla volta le poche certezze rimaste.
Mi libero di zavorre farneticanti osservando il tripudio di luci riflesse dal sole rosso.
Sarebbe piacevole piangere ma mi sento attratto dal mare e allora ne osservo le forme, cerco di rapirne gli odori, ne intuisco e pianure sommerse.
Immagino di volare ma ho un contratto vincolante con la terra su cui poggio.
Visi e turbini di parole si accalcano alla soglia di casa.
Soldati di tutte le razze e di tutte le religioni cadono in combattimento.
Ho ucciso tutti i miei sogni per una singola pallina di carta che ho bruciato in una sola notte e dimenticandomi di blandirne il finale.
La foglia di tè rinchiusa nel filtro mi pesa nel portafoglio.
Spiccherei il volo..
E finirei come un insetto spiaccicato su di un parabrezza.
E' inutile, meglio contare uno ad uno i passi da percorrere.
In un angolo buio dentro di me sento una voce prendere un piano differente da tutte le altre.
Parrebbe un urlo che ha paura di esplodere o un sospiro che si trasforma in mormorio diffuso.
Improvviamente esplode in tutta la sua futilità l'urlo.
"IO SONO LIBERO"
Lei ha paura di guardarmi negli occhi
Lei è stanca di me e io stanco di lei
Ci si scuote solo lambendo refoli di vento
perdendosi un po' alla volta senza cercarsi
rimpicciolendosi per non sfiorarsi mai
e raggiugendosi, poi, per brevi istanti di compassione.
Seduti ad un tavolino di un bar di Milano
con i piccioni che beccano briciole e poi volano via
ci parliamo di finestre che danno su un cortile
e sorridiamo distratti di cose che sappiamo
che non vorremmo dirci e ci stiamo dicendo
"quella è la tua strada e quella è la mia, ci si sente"
Un film che danno ogni giorno nella stessa sala
specchi che siamo in cui guardarsi e non vedersi
musei che nascondono più che mostrare cimeli antichi
e una parola che rimane in sospeso tra me e te.
Una singola parola che non possiamo dirci
che non vorremmo nemmeno dirci, una sola.
Adesso traccio una riga per terra e non la oltrepasso più
-Interessante e cosa ne consegue?
Nulla semplicemente quello che ho detto.
-E allora perché lo hai detto
Perché mi sembrava un bel dire nella costante ricerca di qualcosa da dire in ogni istante che fluisce singolarmente da un passato che si spegne quatto quatto alla riscossa, ti ricordi di Dolores?
-Sì
Adesso ha un bar in periferia e gli affari gli vanno proprio bene
-Ci andiamo a bere un caffè?
Ho deciso di rapinarla.
-Oggi?
Sì
-E con chi?
Vieni tu!
-Ma io Dolores l'amavo, come potrei rapinarla?
E' solo lavoro!
-Hai ragione ma mi dispiacerebbe farLe del male
Sarà un lavoretto pulito
-Hai una luce folle nei tuoi occhi, non mi piace per niente.
Ho fatto il pieno.
-Sei pericoloso.
Non più del solito.
Ho tracciato la riga per terra.
Non posso più tornare indietro.
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
-Sensazionali le tue certezze
Davvero, sono voci quotidiane, sono metri e metri di stoffa che nascondono quello che siamo.
-Sei sempre più pericoloso.
Sono pensieri che si intrufolano senza lasciarti il tempo di riletterci sopra e vanno direttamente all'azione.
Sono acciarini che sprigionano scintille e fanno partire l'incendio più devastante.
Sono io che agisco lasciandomi agire.
-E Dolores che c'entra in tutto ciò.
Nulla, cosa c'entrava Eva Braun?
-Ma lei era affascinata dai desideri di un folle mentre Dolores ci ha cacciato di casa quando si è accorta che eravamo dei folli, c'è una bella differenza.
Avrebbe dovuto proteggerli da noi e invece non lo ha fatto, è colpevole.
-Si è semplicemente difesa da noi, siamo noi i colpevoli.
Io vado!
-Tu non vai!
Non potrai fermarmi per sempre.
-Ne sei sicuro?
Anche se tu mi uccidessi tornerei.
-E chi ti ha detto che ti uccida, esistono altri modi per rendere inoffensiva una persona.
Non ne avresti il coraggio?
-Non lo puoi sapere.
Lo so.
-Non lo sai e qui chiudo.
Improvvisamente un gruppo di persone arrivò alla porta di casa e chiese di parlare con me. Ce n'era una moltitudine ed ognuna con la sua domanda e con la sua, probabilmente, corretta, pretesa di risposta.Li feci accomodare ma non c'erano abbastanza sedie per tutti per cui decidemmo di spostarci al vicino cinema parrocchiale e salendo sul palco mi apprestai a rispondere.
La prima domanda la fece Gino:
"Insomma mi vuoi spiegare una volta per tutti chi capperi sono?"
Ti ringrazio per questa domanda, sostanzialmente sei il me fanciullo, un po' sfigato, un po' solitario, un po' imbonitore di se stesso, un po' tutto ed un po' niente, in perenne ricerca di un qualcosa che abbia un senso anche se non sta scritto da nessuna parte che ogni cosa debba avere un senso. Sei il me che si innamora ma non ha il coraggio di farlo fino in fondo oppure sei il me che fa innamorare ma non se ne rende conto oppure entrambe le cose e contemporaneamente nulla. La parte romantica ma che spesso appare cinica e calcolatrice che sa essere fredda e spietata come solo una persona superficiale sa essere.
La seconda la fece Gina:
"E a me perché mi hai messo in mezzo?"
Perché tu sei la scusa per tutto, la tua esistente non esistenza mi permette di poter farti dire qualsiasi cosa senza paura di doverne poi scontarne il prezzo. Posso costringerti ad innamorarti di me e subito dopo farmi lasciare e poi volare e riatterrare essere buona e cattiva e il tutto senza nessuna particolare remora, tanto sei solo letteratura.
"Be' cazzo mica tanto se è vero che mi hai dato un volto ed un nome"
Davvero? Non ci avevo fatto caso. Si magari all'inizio avevi un volto ed un nome ma poi sei diventata tutti i volti e tutti i nomi. Sostanzialmente sei la nostalgia...
"Nostalgia canaglia?"
Ma no, non quella nostalgia, non la nostalgia per quello che è stato e ora non è più ma caso mai la nostalgia per quello che sarebbe potuto essere o che potrebbe essere in un futuro ma che non sarà mai perché c'è un tempo per e un tempo per altro. E' la nostalgia per il non trovato e non per il perduto, ed è, in ultima analisi, sostanzialmente letteratura per cui mi permetto di disegnare un universo che non c'è ma che ci sarebbe potuto essere se o, meglio ancora, ipotesi di passati e futuri.
"D'accordo ma l'imperatore dell'universo è reale" disse un signore prezzolato.
Certo che è reale, quello è l'unico personaggio reale, non fosse altro perché è qui in carne ed ossa, imperatore di un intero universo, capace di creare e distruggere interi pianeti con la sua volontà. Capace di volare digitando un codice sul cuscino e capace, con un banale colpo di pinne, di superare distese infinite. Lui esiste e lo vedete operare ogni giorno, davanti ad un computer o ad una platea festante, davanti ad uno specchio o sdraiato su di un divano con in mano un telecomando. Lui non è dio perché non è mortale ma è il proprietario di tutto, il monarca illuminato del suo personale universo, dotato di botte e lanterna alla disperata ricerca dei motivi. Sono io l'imperatore dell'universo e lo sono molto più di Gino e Gina, molto più del me stesso in carne ed ossa.
"E io che pensavo fosse reale e il Jack di cuori? Disse un giullare.
Ma lo è molto di più il fante di cuore allora. Il Jack è uno sbruffone, un vincente, uno da toccata e fuga mentre il fante è un perdente piacione capace sì di seduzioni improbabili ma inopinatamente dedito alla fuga subito prima che la seduzione venga posta in essere. Diciamo che uno è quello che vorrebbe essere l'altro senza essere nessuno dei due veramente quello che sono. Il solito dualismo ipocrita della seduzione maschile, mi piaci ma non ti concederò mai nemmeno un penny dei miei pensieri più intimi.
"Hai visto che avevo ragione io" disse il suo gemello e aggiunse: "Ma cosa ne pensi dei lombrichi?"
Creature veramente notevoli.
Acqua da bere mentre salgono in montagna
una dozzina di essere striscianti che
sfondano la barriera del silenzio
nemmeno fossero singoli suoni sospesi nel tempo.
Guido in silenzio la mia nuova macchina
esaminando con cura ogni singola traccia.
Una luna foriera di brutti momenti
scende dalle scale e si dimentica di bussare
mentre siamo uno accanto all'altro
e ci intestardiamo a voler concludere la serata
bene o male ci siamo detti tutto
ed ora abbiamo solo da guardarci
il nostro simpatico film serale
pregustandoci poi un sonno ristoratore
il giovane amico si alza e chiede da bere
versiamo vino nel calice e tagliamo altro salame
dividiamo con cura gli ultimi sorsi
e ci scusiamo per essere ancora vivi.
Un tempo potevamo tagliarci i capelli e
sostare a lungo per strada prima di tornare a casa
inquieti sul da fare e sul fatto
ora ci siamo accordati per restare solo un altro po'.
Sto andanto nudo incontro al temporale
assaporando ogni singola goccia prestatami.
Notte e giorno si dividono la posta in gioco
gestendo un casinò dalle parti di casa.
Una sola parola è stata ripetuta più volte
e nessuno è ancora riuscita ad ascoltarla.
Sporgo
La luce mi sveglia filtrando dalle persiane
connetto puntini in forma di pensieri frizzanti
e mi chiedo perché alzarmi, perché no mi rispondo ossequioso
attraggo a me una non so quale forma e sorgo
Sorgo
Mi alzo appoggiando il piede sbagliato
penso, io scendo sempre con il piede destro
perché sono sceso con il sinistro stamani?
Da fuori sento chiamarmi, sono venuti, li scorgo.
Sorgo
Scorgo
Mi imbatto in un bambino che mi chiede un euro
A cosa ti servono, penso. Ma lui mi risponderebbe, per mangiare
e a quanti lo hai chiesto, a tutti quelli che ho incontrato
e te li hanno dati, alcuni sì ed alcuni no... ma lo so già e non lo chiedo,
metto le mani in tasca e trovo due euro, glieli porgo.
Sorgo
Scorgo
Porgo
Imbratto qualcosa con i colori che trovo nel cassetto
Ma cosa sto disegnango che non sono capace.
Arguisco che i pensieri non si disegnano, o almeno io non so farlo
allora tramuto i pensieri in immagini e di colpo, semplicemente, colgo.
Sorgo
Scorgo
Porgo
Colgo
Lo vedo, un puntino là sotto nel vuoto distante da me, un mio pensiero.
Lo guardo e l'ammiro ne sono quasi rapito conosco il suo fine
ne seguo sinuosi i movimenti nel nulla e mi contraggo alla vista.
Mi sporgo, volo? No, precipito, anzi: spurgo.
A fine corsa!
Poi capita anche di asciugarsi
stendendosi al sole e coprendosi gli occhi
giocando un po' distratti a fare il cortese.
La stella cometa è passata donandosi
mentre il cipresso argentato ha preferito defilarsi
ed un imbuto di afonie si è fatto grida.
Tutto ciò ci lascia indifferentemente assenti
e concependo universi stolti e contorti
ne apprezziamo i codici criptati e le linee sottili.
Uno dietro l'altro ne traduciamo i lamenti
e li stendiamo accanto a noi ad evaporarsi
silenziosi e predittivi di futuri pleonastici.
Se fosse domani potresti acconciarti i capelli,
se fosse dopodomani andare a caccia di punti neri
altrimenti aspettare o farti aspettare in un caffè.
Eseguo e commento con cura ogni singola frase
attraggo e respingo sorsi di letture leggere
e arrivati in fondo si è persi il filo del discorso.
A fine corsa ti apro la portiera galante
ti sistemo con cura un velo sulle spalle
e con immutato affetto ti accompagno a casa.
In paese ne parlano tutti
lui se ne è andato con la ballerina
e lei è tornata dalla madre.
Nella casa tra gli scogli e i flutti
lei ha cambiato il pannolino al pupo
e poi si è accasciata in bagno.
Nel giardino pieno di buoni frutti
lui ha chiamato l'ambulanza
e il pupo ha poppato latte artificiale.
Fa caldo in paese
brucia al sole
consuma la noia
importa marmellata
cammina a piedi scalzi.
Il bianco e nero di una fotografia
e la luce tremola al passaggio del treno
c'è da leggere e recitare per tutti.
In parrocchia si consuma una tombola
ci giocano vecchi e bambini, i giovani no
nel fiume affoga un fiore tra i flutti.
La pazza si inchina di fronte al ponte
le carte vengono gettate a valle
da ragazzi e ragazze si aspettano frutti.
Fa caldo in paese
si stringono cinghie
si mulinano braccia
attraccano navi trasparenti
in porti e portoni chiusi.
Una volta sono stato in un ospedale, oddio una volta, in realtà ci passo buona parte della giornata, ci lavoro,
una volta, però, ci sono stato da paziente ed è cosa mica da ridere, o meglio sarebbe stato da ridere ma sul momento non lo era affatto anche perché quando ci cono entrato mica mi aspettavo di trovare tutta quella roba lì, cioè suore, infermiere, dottori e personale vario indaffarato a trovare cosa diavolo stava sbeffeggiando il mio fisico.
Parliamoci chiaro una cosa è la presenza in ospedale come addetto ai lavori, qualsiasi lavoro si stia facendo, sia esso il lavoro del medico sia esso quello dell'ultimo dei portantini, poi io, in particolare, lavoro con i computer per cui i pazienti nemmeno quasi mai li vedo; ed un'altra è l'entrarci da paziente cosa che ci fa comprendere che poi pazienti bisogna esserlo veramente e non è solo un luogo comune.
Gli addetti ai lavori hanno tempi che sono i nostri tempi di quando siamo noi gli addetti ai lavori, e non sono i nostri tempi di quando stiamo male e vogliamo tornare a stare bene, subito. Insomma si scontrano due tempi che non sono parogonabili tra loro ed è per questo che, quando smettiamo i panni da addetto per metterci quelli da ammalati, ci chiamano pazienti. Una sorta di incoraggiamento ad esserlo con religiosa virtù, anche se la voglia di lasciarsi andare a tutta una serie di improperi più o meno devastanti sia molto più forte di qualsiasi proverbio.
Ma andiamo con ordine: quando ci sono entrato io era sotto le feste natalizie, per l'esattezza era il 27 di dicembre, la malattia era esplosa infida e bastarda qualche giorno prima ma, a detta loro, in realtà si trascinava da anni, anzi probabilmente da lustri. Per quei pochissimi che non lo sanno il lustro equivale a cinque anni per cui al plurale diventano multipli di cinque, cioè avete un'idea di quanto sono lunghi cinque anni? Sì, be' tenetelo bene a mente quando e se, toccatevi pure, capiterà a voi.
Per farla breve una mattina ero andato in bagno a fare pupù e mi era capitato di sentire mezza tazza fredda e l'altra mezza calda, come se, prima di noi, ci fosse già stato seduto qualcuno. Adesso che qualcuno si sieda sulla tazza del cesso e ci stia abbastanza da scaldarla è normale, ma che ne scaldi solo la metà, no. In un primo momento non ci feci caso ma poi quando ci tornai e capitò la stessa cosa mi toccai la chiappa destra e non la sentii, tirai un pelo e non sentii dolore. Suonò un piccolo campanello d'allarme, in basso a sinistra nella mia coscienza ma niente di più, allora vivevo ancora in quella strana incoscienza dell'età post adolescenziale, quando siamo invurnerabili, eterni, perennementi indaffarati e belli, per cui il disturbo di cui sopra fu catalogato come curiosità e nulla più.
I campanelli d'allarme però continuano a suonare nonostante non ce ne curiamo affatto e piano piano mi accorsi di non sentire più non solo la chiappa destra ma anche buona parta della gamba.
Arriva la vigilia di natale, cenone a casa, ci siamo proprio tutti, anzi ricordatemi di parlarvene un giorno che è un'esperienza da raccontare, compreso "Lui", il fratellone medico. Ovviamente mi apparto con "Lui" un secondo e gli racconto della cosa, "Lui" mi guarda e mi dice, serio, quasi sottovoce, vieni da me domani sera.
Ecco voi dovete sapere che quando il fratellone prende l'aria seria vuol dire che le cose non solo sono serie, ma sono serie, serie e il campanello d'allarme diventa diventa un fastidiosissimo antifurto.
All'indomani, Natale, visita veloce e, "Senti ma lì dove lavori non c'è un bel reparto di Neurologia", "Si effettivamente, e li conosco pure tutti, gli ho fatto tutta una serie di programmi per gestire...". "Ecco fatti visitare da loro e fammi sapere", "Gasp, è grave?", "Non lo so".
E si va dal neurologo, è nostro amico, ci si sdraia sul lettino, ci si fa visitare, si vede il sorriso che diventa serio, arriva il primario per un consulto veloce, si decide che all'indomani ci si ricovera, si passa da addetto ai lavori a paziente, si chiede "Mi devo preoccupare?", risposta "Sì". Suona l'intera orchestra delle sirene dei pompieri di Viggiù, suona persino la tromba del giudizio universale, torno a casa, quaranta chilometri ed una decina di sigarette fumate nel tragitto, sono preoccupato, cazzo se sono preoccupato, però, cioè, mica proprio a me, o meglio cioè: "IO NO!", e l'ho urlato nell'abitacolo della mia Y10 rossa.
Il Pallone
Io invece c'ero quel giorno e ho visto tutto.
Ho visto soli scendere nell'acqua e donne lavare al fiume
accompagnate dal suono di un vento lascivo.
Gonne appese ad asciugare mentre applausi suadenti
e cornamuse facevano scivolare lentamente ad est
percezioni antiche di finti suoni di treni al galoppo.
E poi piccioni beccare simboli di pace sventolanti
e bacche inpicciarsi degli affari propri
apportando lievissimi cambiamenti di stile al loro portamento.
Ma tu sie il mare? Anche, nonostante tutto, anche quello.
Concordo con il mare che ho fretta di crescere.
Cioè concordo che ad un punto morto voglia andare oltre
sostenendo conversazioni con modalità arturiane
ed essere, di conseguenza, primo e secondo al traguardo.
Allora singhiozzo incartapecorito guardandoti le tette
sostenendo brillantemente la mia capacità di esimermi
e conteporaneamente intrufolarmi di soppiatto tra le pieghe
di un giornale sgualcito lasciato al sole di una panchina.
Certo difendo le mie parole da una presunta perdonanza
passeggiando di palco in palco tra le vie del paese
a braccetto con te, tua sorella e il suo fidanzato
ma sono in attesa che arrivi, una volta per tutte, l'ora fine
anelando un ritorno a casa, solo, in macchina, ascoltando jazz.
"Io non c'ero quel giorno mia cara".
Esfoliazione (distacco di lembi dagli strati superiori della cute)
C'è rugiada sull'erba del mattino e quella del vicino è più verde ma quella del lontano è fredda come il metallo piantato nella schiena del contrario dell'ordinario. [Citazioni che pascolano nel buio]
C'è un senso di accondiscendenza nel nostro essere merce di scambio per favori appuntati su note a margine di un testo. [Ossessioni appuntate con spilli d'argento]
Perbacco ho le mani che sudano mentre ti siedi e ti spogli per fare una doccia. [Articolati pensieri sul dopo e sul prima].
Sei la quarta di copertina di cuneiformi persi nell'incendio della biblioteca di Alessandria. [E questa adesso da dove è arrivata]
Sento che l'urlo parte da lontano,
silenzioso, in costante aumento,
una specie di vento che arriva alle spalle
e ti costringe a girarti, a guardare,
a sollevare la bocca dal fiero pasto,
a ringraziare i presepi riposti con cura passato il natale,
ad essere appoggiato alla nuca di un altro. [Teppista della parola cerca trapezista monco per scambi di umori]
Occorre un carro per trasportare il fieno delle mie notti passate ad aspettarti, sostanziale differenza fra me e te e tra i nostri incubi personali, tra questa fine pensierosa che ci aspetta e a cui non ci rassegnamo mai. [Sto cercando di dirti che non è una lingua nuova che ci salverà]
Dieci michette
Un etto di crudo
Zucchero
Farina doppio zero
Un chilo di pomodori da insalata
Un cespo di lattuga
Sei uova
...e ricordati di lavarti le mani quando torni a casa [Mi sto muovendo da sud verso ovest lentamente]
... [Da oggi a ieri contentendo a qualcuno quanti di luci]
Mi chiedo se sto pensando o sognando, se sto concependo o rispondendo meccanicamente agli stimoli che hanno posticipato la venuta del salvatore, messia in attesa di rivincita. [Che sottomettano a sé questo spazio e questo tempo]
Bevimi [Il mio sangue]
Mangiami [Il mio corpo]
Esfoliazione di sé
L'undicesima linea, tracciata dal nonno di un nonno di un nonno, sarebbe stata a lungo celata agli occhi della gente ma poi un vento gentile la fece conoscere al mondo e il mondo ne fu grato, tranne un coniglio selvatico in una tana che doveva condividere con lei il suo magro pasto.
Ti guardo negli occhi, ancora ragazzina.
Ti guardo muoverti verso di me, danzatrice del ventre.
Ti guardo avvolgermi con il pensiero mentre la tua bocca sa di di quello che hai appena bevuto.
Ti osservo di nascosto cincischiando con il risultato della mia ultima ricerca, scoperta mineraria non priva di rishi estremi, financo la morte.
Mi concedo un ultimo ballo con la mia scopa preferita e, odierna cenerentola, rubo dai borsellini gli spiccioli per tirare alla giornata. E sogno California.
Ogni cosa è a posto, va tutto bene, ci sono persino le stelle che fanno da guardia all'arrosto appena sfornato e due o tre canarini che cinguettano in attesa della tua venuta.
La sete è sete e la fame è fame, figuriamoci in un postribolo pieno di veleni con un temporale che si profila all'orizzonte e lampi e fulmini su ogni tavola da apparecchiare.
Ma tu mi appartieni e io controllo che non sposti nemmeno una bricola di pane senza averla prima annusata.
Forse ci apparteniamo ma di costruire aeroplani non se ne parla e allora ci buttiamo a capofitto nella boscaglia e superiamo rotaie per treni fantasmi in attesa dell'ultimo vagone, quello carico di coperte di lana per i fanti al fronte che non arriverà mai in tempo o quello carico di corpi da buttare nella neve e di patate da raccogliere.
Mentre la tua bocca sa di menta e fuoco.
Mentre le tue mani sanno di olio e unguenti per rilassare i corpi e le anime dei pescatori.
Mentre menti sapendo che nemmeno la verità basterebbe a portare sollievo alle ferite della luce troppo forte, dei vermi rimasti ghiacciati nel terreno gelato, dei ventri pieni di sgomento.
E ti sogni mentre ti specchi per ringiovanirti al contatto con l'acqua riflessa dalla luce della luna piena che ti trasforma in un partecipante silenzioso e solitario della festa della terza stazione.
Li senti andar via e capisci di colpo
che il loro discorso è diverso dal tuo. (*)
Se solo si sapesse qual'è il loro discorso e qual'è il mio.
* Claudio Rocchi - La tua prima luna
La decima linea incontrò il favore del pubblico e si dimenò sul palco così tanto che dovetterò fermala i carabinieri.
Quando si rialzò si accorse che aveva le mani piene di sangue. Si tastò qua e là cercando di capire se fosse ferito ma evidentemente il sangue non era il suo. Eppure non c'era nessuno vicino. Solo una motocilcetta accartocciata contro un muro ed un'anguilla che cercava disperatamente di tornare verso l'acqua che non c'era.
Sangue sulle mani e un fiore giallo nel taschino.
Una sposa che ti corre incontro e una tenera figura retorica sepolta nei risvolti dei pantaloni.
E allora si incamminò lungo la strada per raggiungere un punto quasiasi lontano da dove era adesso. Cercò di pulirsi le mani con un fazzoletto ma non ne aveva e allora usò l'erba sul ciglio della strada.
E camminò a lungo.
E corse a lungo.
Trovò una fontanella e si lavò mani e viso.
Trovò una chitarra e scrisse una canzone.
Trovò se stesso seduto su di una panchina della stazione e si invaghì di quella sua aria da seduto ad aspettare il treno.
Camminò su un filo tra due palazzi in costruzione e ricevette un sacco di applausi da un folto pubblico di netturbini.
Volò incontro ad un biplano e fece a gara con una nuvola nera.
Navigò in lungo e in largo e strinse una forte amicizia con Moby Dick e Fred Astaire.
Pulì il sangue sulle sue mani sognando di bere ad una fonte cristallina di una montagna su di un mappamondo.
Si strinse al cuore un pensiero felice.
Si stupì a leggersi le mani e a trovarci non solo il suo futuro ma anche quello del suo vicino di casa.
In ultimo si alzò e cantò con tutto il fiato che gli era rimasto il suo amore per le ragnatele della vita.
Sfuggì per un pelo ad un urto di vomito del suo compagno di bevute.
"Un'altra birra oste"
"Come vuoi tu amico ma ricordati di pagare"
"... sì"
La nona linea ebbe la sorte di essere cancellata da un uragano.
Un solo soldino per sentire la tua testa sul mio petto.
Non ho motivi per dirti che non c'ero. Io c'ero, c'ero veramente mentre cadeva il primo dei missili sulla luna.
Forse se sotto il letto non avessi nascosto una mazza da baseball in alluminio.
Magari se fosse carnevale.
Se il reggimento si fosse fermato a guardare fuori.
Dicono sia morto.
Dicono lasciatosi cadere sul fiume in piena con un sasso al collo e mille candele di cera nelle tasche.
Se fosse stato Natale non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno l'angelo pigro del signore, nemmeno il frumento giallo dei campi dipinti nei musei, nemmeno il frusciare di un acciarino che si perde nella sera.
L'alcol è pieno di calore quando ti brucia nella gola o quando ti brucia addosso e non hai voglio di starli a sentire parlarti di lei. Aerei e treni distanti.
Dinamo che fanno luce e neve che si posa sui capelli.
Uccelli che si posano, becchetteno qua e la e volano via rincorsi da un bimbo.
Sassi lanciati in uno stagno che ruotano in aria prima di toccare la superficie.
Soli appesi al cielo che, uno alla volta, si posano ai piedi della statua di un signore vestito da re.
L'ottava linea fu tracciata da un padre sulla tomba di suo figlio.
Nell'ordine naturale delle cose dovrebbe andare tutto in un certo modo. Il figlio sopravvivere al padre, la cugina fare l'occhiolino al cugino, la notte seguire il giorno fino all'alba successiva, il brindisi supporre la presenza di una bevanda ristoratrice.
E correre per non morire non vale, se si muore per futili motivi, tipo una misura di pane al postio di una di farina doppio zero o di un rampicante lasciato a guardia del riposo del guerriero.
Così ti portai il tuo orsacchiotto e te lo posi accanto, pensando che avrebbe potuto farti compagnia e mi assunsi la responsabilità di vegliare sul luogo in eterno, o almeno fino a quando me lo avrebbe consentito la madre di tutte le sensazioni apostrofate dai bisogni di esserci, averci pensato, eddere sospinto dal vento a distanze siderali più simili ad una voce di donna che ad una catena che stringe forte.
E varcai la soglia della casa della ragione in compagnia dei filosofi della morte e di quelli della vita, in compagnia di fantasmi perbene e monsignori pieni di buone maniere e di affetti all'apparenza sinceri.
E smisi di viaggiare e mi fermai ad osservare i passanti vegliando sui tuoi resti, consumando frugali pasti con signore di malaffare che piagevano ogni qual volta raccontavo la tua storia.
E continuai a vegliare senza prendermi la briga di ripararmi dal freddo o dal caldo, dalle intemperie o dall'assenza di sensazioni o meglio la presenza di distinzioni serie tra pirma ee dopo, tra musica e rumore, tra silenzio e ripostigli pieni di cianfrusaglie accantonate nel tempo, una per ogni ricordo.
E impugnai la spada della vendetta promettendo a te, ma soprattutto a me stesso, di non staccarmi mai dal suolo dove giacevi e dove sognavi quello che saresti potuto essere o saremmo potuti essere indossate le ali di cera lacca.
E sorrisi pensando a quanto eri buffo mentre giocavi a rincorrere le foglie e di quanto eri terribile e fiero con la tua lancia e di quante palle da tennis fosse pieno il mondo mai toccate da racchetta alcuna.
La settima linea voleva fare la cantante ma, uccisa durante una rissa al porto, finì per fare la canzone.
La vagabonda aveva comprato un mazzo di fiori nel vicino chioschetto. Aveva chiesto al suo eterno fratello di serbarlo per i giorni a venire, quando sarebbe tornata a far suonare di nuovo le campane. Ma l'amica del fattore non tornò e mentre cadeva una fitta pioggia il mazzo di fiori fu appoggiato da una mano stanca sul ciglio della porta del suonatore di cornamuse del vilaggio, quello che ogni volta che era ubriaco si divertiva a tocare il sedere di madama la tenutaria.
Il comignolo sputava fumo da più di un anno ma nessuno nei dintorni se ne era accorto, o i più facevano finta di non accorgersene. Il mazzo di fior, nel frattempo, navigava di stella in stella alla ricerca del senso ultimo di quella canzone, quella scritta dalla vagabonda bionda prima di finire il suo vagabondaggio biondo su di un'isola di mangiatori di liquirizia che se la passavano di mano in mano fino quasi a scioglierla.
Nel centro della città un forte vento e turbini di parole si accalcarono alle porte delle chiese dove si recitavano le ultime preghiere prima della sera., e il fattore, allora, comprò una macchina nuova ed un cappello a cilindro, un trattore usato ed una tuta da lavoro, una strada chiusa ed uno aperto a tutte le esperienze.
Prima che tutto questo avesse un senso compiutò il galeotto fu rilasciato e tornò a casa dalla sua bella e la trovò ad aspettarla. Il sole brillava di luce propria e le nuvole velavano solo un po' il cielo.
C'era aria di primavera.
Lei gli chiese "Sei tornato finalmente?"
e lui rispose "Sì, ma domani partirò di nuovo, ti va di venire con me?".
"Non lo so, anche se dovrei saperlo, sono la tua sposa, sono la tua fedele compagna, dovrei seguiti in cima al mondo e giuro che vorrei farlo ma c'è un ma che ci divide".
"Lo so," rispose il galeotto, "lo so, ma ho sempre sperato di non saperlo veramente, o meglio, ho sempre sperato che a Calico ci saremmo ritrovati di nuovo, io e te da soli."
"E adesso che siamo tutti all'inferno dove porteremo le neostre camicie a stirare?" continuò a cantare la matta sotto le finistre durante la notte. Pochi giornali scrissero di lei il giorno dopo, pochi cantanti cantarono di lei il giorno a venire.
La polvere alzata dal vento si posò, poi, su tutte le cose.
La sesta linea occupò a lungo le prime pagine dei giornali ma poi fu dimenticata.
A lungo parlai di te alla festa di laurea. Io e Federico ci trovavamo d'accordo su tutto, anche su quello che rappresentavi per ognuno di noi, soprattutto su quello. Poi arrivò Veronica e mi chiese di uscire con lei, pensai a chissà quale affare da fare assieme e invece doveva solo parlarmi di te.
"Sai non so come dirtelo ma ieri l'ho vista aggirarsi nei bassifondi di Tulsa"
"Allora avrai visto anche me", gli risposi.
"Ma no,sscusa, ma non eri dal professor Lugli a Marinella?"
"certo ma ci sono stato solo un'oretta e poi sono andato da lei e insieme siamo andati a Tulsa"
"E perché non ti ho visto?"
"Perché non volevi vedermi"
"Perché non c'eri e come al solito la difendi"
"Come ti pare..."
A lungo parlai di te con Benedetta alla festa di di compleanno di sua cugina. A lungo interloquii sul tuo esserci e non esserci, sul tuo amarmi e odiarmi e contemporaneamente uscire solo con tua madre e tuo fratello e non raccontarmi mai cosa fai.
A furia di parlarne capii che ra meglio provare ad uscire con te ma tu non potevi e allora uscii con Fiorella e lei mi parlò di te e di quelal volta che le avevi portato via il maglione più bello, quello con su gli orsetti e le tartarughine.
"Me lo avevi regalato tu, non te lo ricordi, per il mio sedicesimo compleanno"
"Fiorella sono passati vent'anni, sarà pieno di buchi, tarme ed insetti"
"Ma che dici, lo tenevo caro come una reliquia di un santo"
"Ma io non sono un santo"
"No, davvero, ma avevo sedici anni e i sedici anni non si scordano mai"
"Fiorella ti esce il sangue dal naso"
"Sì, lo ammetto ma non è sangue è amarena"
A lungo ti cercai tra le mani delle mie amanti e ti trovai distesa in un insieme di cartoline spedite da lontano. E' stata di certo una bella giornata quella che si presentò agli occhi del primo esploratore lo sarà aancora di più il giorno del prossimo ritorno.
A lungo parlai di te cercandoti nei fondi del bicchiere riempito a metà di una sostanza a metà tra il riso ed una trasformazione.
E' una vita meravigliosa quella del soldato di ventura.
La quinta linea fu un insieme di circostanze che ricacciarono indietro la peste
Poi cercai di definire per bene le cose che avevo da fare, quelle che c'erano da compiere al momento della riscossa, una per ogni deficiente pronto a propinare pastigle contro il mal di cuore fatte di erbe aromatiche delle montagne che si vedevano all'orizzonte.
Venne la peste e trovò ognuno a cercare di osservare con cura i primi segni della malattia sulle guance del vicino.
Il curato se ne andò per primo nonostante le preghiere dei suoi parrocchiani, subito a ruota il dottore del paese e un paio di adepti della fratellanza cosmica,
Passò inosservata l'astrovane.
Il cane abbaiava alla luna e la luna abbaiava al cane. Il circolare era diventato contante e le monete restavano ben nascoste sotto ai materassi. Metalli preziosi da ritirar fuori passato il vento dell'inverno. I fuochi venivano accesi sotto a pentoloni carichi di unguenti speciali sorti apposta per lenire i malanni dei moribondi.
I topi si lagnavano che mancava sempre qualche carezza nella sera e qualche fiotto caldo di polenta.
La decadenza era dovuta alla mancanza di preghiera o era la preghiera stessa ad averne accelerato il corso degli eventi, o degli aventi diritto alla succesione.
Il ministero della salute promulgò severe leggi a contro il propagarsi della malattia come se bastasse una legge a fermare il contagio.
I topi, nel frattempo, occupavano le sedi lasciate vacanti dai notabili del paese, ormai fuggiti all'estero, ormai fuggiti a contare pecore per addormentarsi e ad attraversare ponti per esaminare, uno ad uno, i cardini pericolanti.
Maria, nel frattempo, sposò Giuseppe ed ebbe un bel bambino ma preferirono chiamarlo Filippo per non sfidare troppo la sorte.
Io continuavo a tenere la contabiltà dei nati e dei morti, dei malati e dei guariti e di color che restavano sempre nel mezzo pronti a riversarsi nel vicino fiume per mondarsi.
Poi cercai, di nuovo, di ridefinire il disegno lasciato incompiuto dal cavaliere di passaggio e intuii che il caso aveva potuto molto di più delle farfalle tornate bruchi.
La vera causa era la mancanza di vento allora mi concentrai e chiesi al mio dio di farlo arrivare, il mio dio si ridestò di colpo dal suo sonno millenario e chiese a suo cugino, il signore dell'aria, di fal alzare la brezza marzolina.
Lentamente l'aria si mosse e ricacciò indietro la peste.
O fu la peste che si stancò di mietere vittime.
O furono le vittime che si stancarono di essere mietute.
O fu una serie di circostanze fortuite che chiusero il conto per mille morti a uno a favore della vita, l'unica vera grande malattia incurabile.
Era morto da solo e non se ne era accorto nessuno.
Era morto con il rasoio in mano mentre si faceva la barba.
Fuori fischiava una brezza marzolina carica di primavera e Sandy si era lavata le mani alla fonte più vicina borbottando per il troppo sole.
Io le chiesi di ballare lei mi rispose di no.
A cavallo rapineremo la grande banca di monete nascoste sotto ai materassi e ne faremo stelle da appuntare sulle vesti bianchi dei bambini che cantano nei cori.
Eccoci qui a dirci quello che vogliamo
Siamo liberi o siamo occupati
Siamo insieme o ci aggiriamo soli sotto la pioggia, al buio, guidati da un cane.
Eccoci qui a ridere di noi
ancora una volta
ancora piegati in due dal mal di stomaco
per il troppo esserci
per il troppo restare attaccati al freno della vita
il malox che si chiama dormirci sopra ed alzarsi
in un insulto continuo alle abitudini
che ci piacciono
che ci fanno consegnare l'ennesima carezza
prima di lasciarsi, momentaneamente.
Re la mi
Ed eccoci qui a scrivere ancora una volta
del male ignobile del sottostare
alle inutili tristezze della felicità.
Mi dai un bacio e lo sottolinei con una forma
stringendoti al cuore l'acqua che scende dalla doccia
costringendomi a pensare al tuo corpo nudo
alle tue parole prima e dopo l'amore
al sottrarre lettere dalle parole per farne un diadema
di luci al neon tremolanti quando si accendono
e sfolgorii di elettriche persiane.
Eccoci qui a sorridere ad un bicchiere di the freddo
Sol Re la mi
Mentre la mano sollecita a lungo il manico della chitarra
e scuote con cura per non lasciar scappare nessuna nota
si dipana il corridoio della notte in un celestiale
canto d'addio all'amico scomparso, all'amore finito,
alla gioventù dimenticata sulle dune del deserto.
Fammi suonare ancora una volta, una sola volta,
con te e fammi vedere i tuoi occhi sorridere
per essere qui ancora una volta nello stesso posto di sempre
accucciati a scegliere la colonna sonora della notte
e a disporre piccoli rivoli d'acqua nelle apposite canaline.
Fa Sol Re La Mi
Personaggi. I- Un qualsiasi io disperso.
F- Una qualsiasi folla vociante
[sta tramontando l'ultimo dei quattro soli]
I- Ho riflettuto a lungo.
F- Shhhhhhhhhhhhhhhhhh, non lo fare.
I- Ho riflettuto a lungo su quello che ho da fare.
F- Shhhhhhhhhhhhhhhhhh, e chi ti ha dato il permesso.
I- Cioè, ci ho provato a ricercare un fine ultimo, un passaggio, un attraversamento anche pedonale per poter fruire pariteticamente dell'uno e dell'altro capo del filo di ciò che mi è stato chiesto
F- Sei pazzo.
I- Effettivamente, un po', ma preferisco dire sono un temerario!
F- Joe?
I- No Julgebrand.
I- Allora dicevo,e non fatemi perdere il filo del discorso, ci ho provato a fruire del mezzo con cognizione di causa ma è il significato che mi sfugge. Cioè cos'è il mezzo, cos'è la cognizione di causa e soprattutto cos'è il suo fruire?
F- Shhhhhhhhhhhhhh, ma che domande fai?
I- Domande, semplici domande.
F- Sti cazzi!
I- Anche, cioè, estroflettendomi all'insaputa del capo ho scalpellato il vuoto del bianco che ho davanti e ne è venuta fuori una riga dritta dritta.
F- Quanto dritta?
I- Quanto basta, e soprannumerando i singoli punti ne ho fatto un righello.
F- Geniale?
I- Nel frattempo ho unito i puntini da uno a cinque e ho cominciato a delineare una figura.
F- Un rombo?
I- Non saprei come definirlo, dovrei fartelo vedere ma ho perso il foglio.
F- Ma i punti li hai uniti senza mai staccare la penna dal foglio...
I- Chi ha parlato di penna, ho usato il pensiero.
F- Ah be' allora...
I- E con il pensiero ho delineato la figura di un omino
F- Cerchi l'uomo
I- No, la figura
F- Sei Nudo?
I- No vestito
F- E allora cosa cerchi a fare se sei vestito?
I- La nudità?
F- Sordido figuro che sei
I- La nudità da schematizzazioni possibili
F- Non sei umano allora
I- Forse
F- Ma dove vuoi andare a parare
I- Un rigore alla finale dei torneo dei principianti, un corpo immerso nella formaldeide che si conserva immutabile, un lungo elenco di cartine geografiche da catalogare con cura: luogo, anno e scala.
F- Ma è follia?
I- Sì, no, apprendo solo ora il significato della parola edulcorare.
F- Roba da non dormirci.
I- Dipende dal sito in cui ti trovi.
[comincia a cadere una fitta pioggerellina]
I- Ho posto un insieme di domande al saggio della montagna
F- E lui cosa ti ha risposto?
I- Risposte
F- Si ma quali
I- Ecco vedi qual'è il problema, tu vuoi solo le risposte
F- Sei nudo
I- E' vero il re è nudo. Fatemi un piacere, scrivetelo sulla mia lapide
F- (Ticchete Ticchete Ticchete tac), va bene così?
I- Avrei usato un altro font
F- Accontentati
[arriva l'alba del primo dei quattro soli]
I- Sì
Io e Danilo ci eravamo conosciuti sui banchi della scuola e nelle vecchie vie del centro avevamo scoperto, insieme, le prime cose lontani dall'ovatta del grembo familiare. Le prime delusioni, le prime sigarette di nascosto dal prete che poi tanto sapeva tutto ma ci guardava con paterna comprensione, probabilmente anche con una punta di complicità celata dal ruolo.
Le prime cotte, le fughe dal collegio per andare al liceo musicale dove c'erano le ragazze, il suonare sotto quella finestra le nostre stupide ballate di lotta e fantasia al potere, aspettando che Lisa si affacciasse e sorridesse insieme a noi, nemmeno fossimo i cantautori di quell'oltreoceano che ci piaceva tanto.
E c'erano i fiori alla finestra e i sandali da calzare quando si entrava in casa sua, durante l'ora d'aria. In casa della professoressa d'italiano a continuare a suonare. Io, Danilo e Lisa che ci accompagnava, chitarra, basso e pianoforte. Ci sarebbe voluta una batteria, ci sarebbero volute nozze e sigarette da comprare e buoni voti da portare a casa, e un'illimitata dose di portoni da aprire e da richiudere immediatamente dopo.
E poi le notti a parlare del futuro e a progettarlo pieno di canzoni, di musicisti, di prigioni da liberare, di lunghi elenchi di cose da portare con noi fino alla fine.
Ed immginarla quella fine, magari su di un vagone con cinquanta marchi in tasca, o cento Zlote. Ma no, quella era la storia del fratello del nonno di Danilo che non era riuscito a fuggire, non aveva fatto in tempo.
"Quante luci, è già Natale?"
"Ma no, è solo Maggio, è la festa di Santa Petronilla"
"Papà, mi compri il Bruco Ballerino?"
"Lo scriviamo nella letterina per Babbio Natale"
"Insieme a tutti gli altri giochi?"
"Sì"
"Ma quanto manca a Natale?"
Non voglio tornare a parlare dei giochi da bambino, non voglio tornare a scrivere delle bocche da fuoco affamate di sentenze, non voglio tornare a parlare di chi è tornato a casa ed ha smesso di giocare per far giocare, che ha smesso di ridere per far ridere o che, come noi, ha smesso di suonare per suonare.
Non voglio nemmeno parlare di quante volte ho sottinteso qualcosa di diverso da quello che sottindevi tu, probabilment il più delle volte. Mi piacerebbe solo descrivere le volte che si suonava fino all'alba e poi si andava insieme a comprare il pane caldo da Filippo, lui sì che era dovuto crescere in fretta, lui sì che avrebbe voluto venire con noi in autostop in Irlanda.
Non voglio nemmeno soffermarmi troppo su fortune e sfortune, su ripetizioni e mantelline indossate a carnevale e dismesse solo per concepire inconcepibili accordi tra parti non perticolarmente accordanti. E se mentre suonvai si rompeva un corda ci si inventava una melodia nuova con una corda in meno e Danilo rideva e mi seguiva e Lisa diceva no con la testa e sì con le gambe.
"Posso andare in bagno"
"Aspetta che ti do un asciugamano"
"Posso uscire di botto da sotto al letto urlando sorpresa?"
"Aspetta che mi metto il suo pigiama."
Everybody's talkin' at me, I don't hear a word they're sayin'.
Era così davvero. E ogni sera finito il concerto c'era qualcuno che veniva a parlarci, a chiederci delle accordature, degli amplificatori, delle corde usate e di quelle da usare, ogni sera qualcuno ci chiedeva conto di ciò che avevamo fatto e noi a riderci sopra e a bagnarci le mutande dalla voglia dal desiderio di voler continuare a cercare, confiscare, erudire.
Danilo si assentava un attimo e tornava pimpante come non mai, io mi assentavo un attimo e tornavo incazzato. Danilo mi chiedeva, "Non ti ha risposto?", "No. La troia" e si andava a bere, e si andava a suonare di noi stessi bevendo distratti all'ultima mensola su cui era riposta la medaglia.
"Lo sai che non ti rispondevo apposta"
"Adesso sì, prima no"
"Lo sai che non è stata colpa tua?"
"Adesso sì, prima c'erano lupi alle finestre "
Lisa la perdemmo quasi subito, forse fu il caldo di quall'agosto, forse fu il separarsi per un po' senza sapere davvero quello che avremmo fatto, forse fu il fatto che non ci si dovrebbe mai giurare di non separarsi e di suonare insieme tutta la vita fino a raggiungere luna, marte e pianeti limitrofi. Sta di fatto che Lisa si accorse che il mare non era caldo come lo avevamo descritto e che si può stare bene anche senza scale e tasti bianchi e neri e che è meglio un posto al caldo che uno al freddo e che se si deve vivere di qualcosa è meglio poter vivere di quello che si è e non di quello che si vorrebbe essere.
"Ma guidi ancora come un pazzo?"
"No, guido sempre come uno che ha fretta"
"Ti chiuderò gli occhi un giorno"
"Che non lo so?"
Fu come un attimo di luce per poi ritrovarsi a fare il punto della situazione, scoprirsi a guardarsi negli occhi come mille anni prima senza avere il coraggio di guardare un po' più in là. La paura di trovarci il tempo passato a farsi del male, il tempo passato a curarsi le ferite inferte dalla spada tagliente di una fine, dai ricordi di com'era confrontati al pensiero di com'è.
"Ti ricordi?"
Ma io volevo andare oltre, non mi interessava essere proiettato in una canzone di Guccini, nemmeno la più bella. Non volevo rimettermi a fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Ormai volevo solo riflettere su quello che ero. Ora, adesso, in quel preciso istante senza dovermi per forza perdermi in un mare di banali ovvietà, nel suono soave di una suite.
"No, non mi ricordo".
Mi guardò e ripose il sorriso dentro alle guance e cambiò sguardo. Per un attimo parve scusarsi ma subito dopo riapparve la sicurezza del non esserci mai veramente stata. Di essere solo una proiezione sensuale. Il passo deciso, il corpo teso alla conquista del creato, quarant'anni e non sentirli.
"Sei un coglione"
"E' vero."
Siamo tutti dei coglioni quando restiamo appesi ad un passato senza mai vivere veramente quello che siamo adesso, un eterno febbraio. Genitori di noi stessi nella disperata ricerca di essere qualcosa di più di quello che siamo veramente, concine per quello che verrà, se mai verrà. Poeti con la erre moscia, figure che a naso si studiano e continuano a non curarsi che è ormai Agosto.
"Fa caldo, non ti togli quel maglione?"
"Hai ragione dovrei farlo ma è il mio amuleto".
"Davvero?"
"Davvero!"
A poter descrivere veramente quello che ci circondava avrei dovuto disturbare i remoti, ma non ne avevo voglia. Attorno, nonostante il caldo, il freddo e il gelo di quello che rappresentavamo. Carte di giornale, mozziconi di sigarette, polvere e sabbia, l'incuranza generale del trascurato, e le formiche, formiche dappertutto, formiche che cercavano cibo, e lo trovavano. Amore passato di moda un po' ovunque, innamoramento alle prese con il concerto di Maggio. E tu provasti a raccontarmi di te ma io non volli sentirti.
"Il coniglio l'ho mangiato proprio ieri e ancora ne ho pezzi nei denti"
"Me lo avessi lasciato fare te li avrei spazzolati io"
In ogni caso non ho lasciato che il mondo mi crollasse attorno senza puntellarlo qua e là, ho preso palta e cazzuola e ho costruito tutte le barriere che mi servivano, non ho aspettato il lupo che soffiasse sulla mia capanna ma ho subito eretto il muro che mi serviva a difendermi da quelle come te, da quelle che ti prendono e non ti ridanno più indietro assoggettando il vuoto a rendere alla loro idea di pacco postale.
"Quando finisce un'amore?"
"No, quando cancelli un mondo"
"Il solito melodrammatico"
"Ho ucciso, non ti basta?"
Perché, se non lo sapeste, ho ucciso veramente, ho ucciso interi mondi popolati da creature fantastiche, ho ucciso contrari e sinonimi in pestilenziali trame d'arazzi pomposamente attestate in rovinose cadute di stile. Ho implorato che mi facessero parlare con te, ho implorato che mi portassero il tuo corpo per poterlo uccidere di nuovo, ho implorato che il cambio di stagione non arrivasse mai e che fosse per sempre inverno solo per non togliermi mai più il mio maglione. Ho zoommato verso il mare è ho visto la balena bianca arenarsi, non era felice.
"Vuoi un caffé?"
"Sì, grazie"
La prima volta che mi esibii davanti ad un pubblico avevo poco più di vent'anni, il cantante, star di prima grandezza, era un cretino ma aveva la sua bella voce ed era un vero animale da palcoscenico. L'hit del momento era una struggentissima canzone d'amore per la sua bella che era andata via con il suo migliore amico ed erano morti entrambi nel rogo del Monte Bianco, e lui arrivava a far piangere, ogni volta, immancabilemnte, diecimila fiammelle che tremolavano nel buio. Non c'era niente da fare, non riuscivo a restare serio, la canzone mi ricordava troppo il ballo del qua qua, e mentre gli altri piangevano a me scappava da ridere e quella sera sottolineai il momento più struggente facendo fare "Qua Qua Qua" alla mia Telecaster. Danilo, il bassista, mi guardò stupito, il cantante non si accorse di nulla, il produttore sì e ci volle un'intera serata di parole per non farmi cacciare via.
"Lo sai che sei sempre stato troppo pieno di te stesso"
"Dici? Buono questo caffè, che miscela hai usato?"
Poi fu un susseguirsi di trovate, di invenzioni di sbarchi del lunario butterato di cicatrici da acne juvenilis, di pirotecnici slanci verso fantasie popolate di sesso nei luoghi più disparati, ovviamente da solo, ovviamente con la chitarra sempre addosso a suonare assoli ipotetici,ad arpeggiare per un pubblico pagante senza mai dimenticarmi del "qua qua qua" con la Telecaster, senza mai dimenticarmi del quaderno di canzoni rimasto nel ventre di Moby Dick, senza mai dimenticarmi del passato da cui avrei dovuto liberarmi subito, immediatamente quel giorno chiamato "Roseau" nella meravigliosa invenzione della Rivoluzione Francese di un calendario privo di dei.
"Allora mi racconti cosa stai facendo?"
"Suono in giro, ballo il 'ballo del qua qua' ogni sera prima di addormentarmi, cerco di disincagliare Moby Dick dagli scogli, controllo che il mio conto in banca non vada troppo in rosso"
"E le scrivi ancora le tue canzoni?"
"No, le ingoio a forza"
Danilo mi seguiva sempre nei miei giri di chitarra, Danilo si divertiva a sottolineare con il suo basso ogni mio errore, ed io a trovare l'assonanza giusta con il colore, strano, dei suoi capelli. Le coriste ci facevano l'occhiolino mentre il cantante si esibiva ma loro erano proprietà privata ed io e Danilo ci limitavamo a sorridere per poi citare a memoria interi passi della Divina Commedia in attesa che finisse la Tournè e iniziasse Carosello. E su tutto il pensiero che ogni giorno, ogni, era solo un segno sulla nostra supposta felicità.
"Sono qui in una vecchia strada del centro a cercare di capir cos'è la vita", L'hai capita poi?
"Figurati, l'ho solo scansata e mi è andata anche bene, bene."
"E ti lavi ancora le mani mille volte al giorno?"
"Una in più"
Danilo si soffiava il naso continuando a suonare, lui diceva che si asciugava il sudore dalla fronte ma io sapevo che soffiava via notti a tirarsi su la vita, non capivo come facesse a mentenere comunque il ritmo, il tempo, la nota eppure lo faceva con un rapido gesto della mano stringente il suo immancabile asciugamano, qualche volta soffiava via anche il sangue ma continuava a suonare e a tenere il tempo e se il cantante si girava verso di lui sorrideva e gli schiacciava l'occhiolino. Through the clouds into the sky... Semplici parole di canzoni vecchie e fiammelle nel buio. Se solo avessero sospettato che assomigliavano a fuochi fatui probabilmente avrebbero smesso, e poi, con i riflettori in faccia il pubblico quasi non si vede, anzi del pubblico non gliene fregava niente a nessuno, put a little love in your heart, del suo portafoglio un casino ma di Mario, Martino, Vincenza, Gennaro, Ilaria niente a nessuno.
E a me meno che agli altri.
"Ma quanti anni sono passati?"
"Ho visto diverse lucciole nel mio giardino l'estate scorsa e una di loro mi ha persino parlato"
"..."
"Mi ricordo che mi desti un ultimo bacio sul divano di casa tua con tua madre che spadellava in cucina"
"..."
"Non so quanti anni sono passati ma ora sto bene, Danilo è morto il mese scorso, ma sto bene"
"Chi è Danilo?"
E' davvero strano quello che fanno i nostri percorsi, le nostre strade, si incontrano, si dividono, cadono sul selciato di un cortile e si sbucciano un po' per poi tornare ad essere quelli di prima, soli. C'è chi le disegna, chi le scrive e chi le suona, alucni semplicemente le pensano perché non conoscono altri modi per descrivere le rose da una parte e le spine dall'altra.
Suonare per il cantante era vieppiù noioso ma poi, qualche volta, succedeva che chitarra e basso partivano per la loro strada e il piano e la batteria li seguivano gioiosi e il cantante andava a fumarsi una sigaretta e le coriste scioglievano i loro capelli, e magari anche il pubblico scompariva. E improvvisamente si suonava per noi stessi e basta, a volta capitava, a volte quando il cantante aveva fatto tardi e la voce lo tradiva, quando Rosa era andata via e il cantante piangeva disperato, quando il produttore si distraeva un attimo e il pubblico non era quello delle grandi occasioni, o quando, a furia di accendere accendini, finiva il gas.
A volte si suonava per se stessi nelle luride cantine della città, a tourné finita, prima di Carosello